IL RACCONTO DEI TAPPETI
Sabina Darova
Mentre mi trovavo in un’unità commerciale di tappeti e passatoie, in una città lontana della Tunisia, e osservavo con trasporto i motivi e i colori, la mente volò senza controllo negli angoli della memoria, per fermarsi da qualche parte su una curva di montagna, nella mia città, dalla quale me ne ero andato da anni.
Mi apparve alla mente la prima volta, dopo cinque anni di emigrazione, e poi ancora in seguito, quando lo sguardo si fissava su un cartello scritto in modo semplice ma chiaro: “Qui si lavano i tappeti”, e sentivo il viso corrugarsi come una castagna.
Un’improvvisazione dettata dalle circostanze che, a quanto pareva, aveva dato vita a un’attività familiare capace di resistere nel tempo. Nei primi anni della transizione, l’occhio inciampava spesso in cartelli che stupivano nel mezzo del nulla. Non ne ho ancora dimenticato uno, che si trovava tra Durazzo e Vora. Su una baracca era stato appeso un cartello che annunciava che lì si vendeva ghiaccio per matrimoni. Sgranai gli occhi, perché mi sembrava impossibile in quelle condizioni. Come si può produrre ghiaccio in una piccola baracca? E per di più per i matrimoni? Ma in Albania, nel paese delle meraviglie, che cosa non si può osare?!
Sulla curva della strada di montagna che saliva verso il centro della città, accanto a questo cartello, stavano legati due pali attraversati da due robusti fili d’acciaio. Sul pavimento in cemento trovava posto un grosso tubo di gomma (la manichetta), di un verde acceso, arrotolato su se stesso. A quanto pareva, era nella sua ora di riposo. Sui fili oscillavano, scossi dal vento tagliente di Krasta, alcuni tappeti sintetici scoloriti, un linoleum e due lunghe passatoie da corridoio. Sullo sfondo, i tetti rossi delle case e il castello della città, eretto sul pendio.
Il mio sguardo si fissò sul freddo dei tappeti appesi come a una ghigliottina, che stranamente solleticarono il mio cervello e iniziarono a parlarmi.
Dal nulla, nell’aria cominciarono a danzare punte di aghi attraversate da fili di cotone o di lana multicolori, che si abbassavano e si sollevano con forza su pezzi di sacco e creavano aiuole e giardini bellissimi di ogni sorta di fiori. Fiori arrivati dall’India in America o in Europa.
Vedevo teste chine su di essi, sedute sulle soglie delle porte mentre ricamavano a punto lanciato, a riempimento, a punto bulgaro o a punto croce, concentrate nell’elaborazione dei motivi scelti. Occhi sorridenti, occhi pensosi e mani forti che stringevano i fili e annodavano nodi dietro il sacco, che come per magia si trasformava in una passatoia sulla quale avrebbero posato il piede la sposa e lo sposo. Suocera, cognate e donne del quartiere, come critiche d’arte, avrebbero valutato il lavoro delle giovani.
Intanto il taxi serpeggiava sulle strade tortuose in salita. Nell’aria cominciavano a muoversi pezzi di legno che si univano tra loro con chiodi e fili mentre costruivano i telai. Come farfalle si muovevano mani che salivano e scendevano, e dita che tessevano.
Tessevano senza sosta forme dai colori pastello, dai colori forti e con molto rosso. Il rosso acceso, infiammato. Proprio come i tramonti della città, che accendono menti e desideri nei petti delle ragazze.
Le schiene delle donne erano curve, donne alle quali le speranze di una vita migliore si erano affievolite, e muovevano le mani sul telaio per pura inerzia.
«Dacci oggi il nostro pane, o Signore», sussurravano in silenzio, perché la parola Signore non va pronunciata ad alta voce, ma masticata tra i denti.
«Bisogna superare la norma» — tuonava la voce della responsabile del reparto. «Ordine dall’alto!»
Le donne muovevano le mani sulla morbida peluria dei fiori e immaginavano i piedi bianchi delle donne capitaliste che avrebbero camminato su di essi. Tutti i loro lavori erano destinati all’esportazione. La mente continuava a immaginare la stanza di una donna straniera. Mobili di legno, anch’essi prodotti in legno di noce per l’esportazione. Pavimento in parquet, tappeto soffice, letto coperto da lenzuola di seta e materassi imbottiti di piume.
Una lacrima scivolava involontariamente, lenta, sulle guance. Tornavano loro in mente la notte appena trascorsa. Era l’odore della grappa e il russare come una sega che solleva le tegole del tetto del marito accanto. Le resistenze cedute per la stanchezza e i lividi violacei dei suoi morsi sulle braccia si nascondevano sotto le maniche, anche se era estate e faceva caldo.
Meglio non pensarci! Seguivano il ritmo dei motivi sul telaio e sorridevano con la loro ingenuità alle passatoie ricamate, piene di fiori, nelle case.
Scesi dal taxi e mi avvicino al bazar. Brulicava di turisti. I negozi pesavano come celle di un alveare cariche di merci.
Sulle porte pendevano tappeti industriali provenienti dai mercati dei Balcani.
Solo due telai seguivano il loro vecchio ritmo. Mi trovavo di fronte a loro, li guardai e riconobbi le due donne dai capelli grigi sul capo. Lì capii quanto tempo fosse passato e sentii l’angoscia quando mi sorpresi a fare il conto degli anni.
Fino a quando lavoreranno i due vecchi telai nel bazar? E dopo, chi?
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