RIFAT ISMAILI
È STATO DETTO TUTTO?
Un libro non è altro che un libro, un quadro non è che un quadro, un oggetto rimane pur sempre un oggetto, anche quando ha valore. Ciò che conta davvero è l’uomo: le sue parole, le sue azioni, la sua forza interiore. In fondo, l’uomo racchiude in sé le qualità di tutte queste cose insieme, di cui è, al tempo stesso, padrino e creatore.
Per me l’arte è più un gioco, un divertimento. Non le ho mai attribuito quella serietà che spesso le si riconosce, perché non credo sia necessaria. Tutto dipende dal punto di vista e dalla società in cui viviamo. In una società oppressiva, l’arte può essere pericolosa per la vita dell’artista, ma allo stesso tempo può scuotere coscienze, salvare e trasformare l’esistenza di migliaia di persone. In una società come la nostra, invece, un libro, anche se perfetto, rischia di passare inosservato se non è sostenuto dai grandi canali di informazione o dal commercio. Se non porta novità, non interessa a nessuno: tutti hanno fretta di inseguire una fama che non arriva mai, e mancano dell’amore e della pazienza necessari per creare un’immagine artistica autenticamente nuova. E spesso ciò che si scrive o si dice sembra avere un peso relativo: le cose sono già state dette e ridette. Non resta che aggiungere o togliere qualcosa, al massimo sperimentare.
Mi tornava in mente Superfantozzi, che con un Paolo Villaggio straordinario raccontava, in chiave comica, la storia dell’uomo: dalle epoche antiche alle legioni romane, dalle crociate alla rivoluzione francese, fino all’Italia contemporanea. Tutto sembrava già raccontato. Che cosa resta, allora, da dire? Leggendo Il conte di Montecristo, ad esempio, sembra di ritrovare l’eco dell’Odissea di Omero: la stessa trama di attese, lontananze, usurpatori, vendette e tesori meravigliosi.
E così pensavo di scrivere un libro che non dicesse nulla, perché ormai tutto è già stato detto e ridetto. Ma come si può riempire un libro intero senza dire niente? Questo è il paradosso. Bisognerebbe spremersi la mente per inventare un romanzo del genere, un romanzo “folle”.
Per me la vita stessa, nel suo nucleo più profondo, è un gioco. E anche la scrittura deve essere vissuta come un gioco. Ma un gioco in cui, come in ogni altro, bisogna tentare di
vincere. Perché l’arte, in fondo, non è altro che umana: non potrebbe essere altrimenti, è figlia della nostra mente e della nostra immaginazione.
NON BASTANO LE PAROLE
Più praticità e meno parole, quanto meno artifici letterari possibili.
Erasmo da Rotterdam, nella sua opera L’elogio della pazzia, si schiera decisamente contro i filosofi, così
come qualcuno di noi è un oppositore irriducibile dei ricchi, di coloro che vogliono apparire, dei furfanti.
Ebbene, Erasmo da Rotterdam ce l’ha proprio con i filosofi. Ed ecco come scrive di loro:
“Invitate un filosofo a pranzo a casa vostra: vi rovinerà l’atmosfera con il suo silenzio funereo oppure, al contrario, con giudizi interminabili e noiosi.”
Mi sembra che siamo d’accordo anche quando egli parla di altri aspetti della vita e dell’arte, come ad esempio l’abbattimento dei miti e dei culti inutili che incatenano le nostre idee libere, e di molte altre.
cose. La conoscenza, la scienza, la politica hanno afferrato l’uomo per la gola e lo hanno trasformato in schiavo dentro la sua stessa libertà esistenziale, accecandolo.
Erasmo da Rotterdam parlava anche delle scienze. Esse – scriveva – non sono affatto necessarie per la nostra felicità, anzi, rappresentano un ostacolo allo scopo per il quale dovrebbero realmente servire.
“La natura – dice lui – disprezza ogni sorta di artificio e artificiosità, e le cose riescono meglio quando non sono contaminate da alcun tipo di arte.”
In poche parole, la conoscenza è buona quando non è conoscenza
“corrotta”; la scienza è buona quando non serve a sfigurare gli uomini; la politica è buona quando serve al popolo e non a se stessa; infine l’arte è arte quando non ci “vendono” ogni sorta di “giocattolo” chiamandolo arte...
E soprattutto non bastano solo le parole e le buone intenzioni: ci vuole molto lavoro... per migliorare se stessi, lo Stato e l’ordine sociale.
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