Saturno Magazine, Articolo: ROBERT MARTIkO

ROBERT MARTIkO

ROBERT MARTICO

Intervista a cura di Francesca Gallello

 

Oggi ho il piacere di intervistare non solo un caro e stimato amico, ma uno scrittore e intellettuale la cui voce, negli anni, è diventata un punto di riferimento per molti lettori. Parlo di Robert Martiko, autore dalla sensibilità rara, capace di unire rigore filosofico e delicatezza poetica in un equilibrio che appartiene solo ai grandi spiriti.

Il suo stile è sobrio, essenziale, delicato, ma allo stesso tempo fermo, lucido, attraversato da una forza interiore che non ha bisogno di alzare la voce per imporsi. In ogni suo scritto si avverte la presenza viva delle sue passioni: filosofia, arte, poesia, storia. Sono i quattro cardini che sostengono la sua visione del mondo e che gli permettono di affrontare temi complessi con una chiarezza che arriva dritta al lettore.

Robert Martiko nasce a Gjirokastër nel 1948 e cresce a Valona, vivendo sulla propria pelle le conseguenze del regime comunista, dopo la condanna al carcere del padre, Dino Martiko. Quell’esperienza segna profondamente la sua formazione umana e intellettuale, alimentando in lui una riflessione costante sulla libertà, sulla dignità e sul destino dell’uomo.

Dopo il 1990 si trasferisce a Corfù, dove vive tuttora, dedicandosi con passione alla letteratura e alla filosofia occidentale. È considerato il primo autore nella letteratura albanese ad aver affrontato il concetto del Tempo come dimensione filosofica ed esistenziale, collegandolo alla necessità di una Rinascita Spirituale capace di liberare l’uomo dall’eredità della dogmatica e della sottomissione.

Autore prolifico, ha pubblicato romanzi, saggi, novelle, antologie poetiche e opere filosofiche che esplorano l’anima umana, la memoria, la spiritualità e il rapporto tra finito e infinito. Collabora con Saturno Magazine, dove i suoi articoli ricevono sempre grande attenzione e partecipazione da parte dei lettori, segno di un pensiero che continua a interrogare, a provocare, a illuminare.

Oggi lo incontriamo per entrare più a fondo nella sua visione, nel suo percorso e nella sua idea di letteratura come strumento di verità e liberazione.

 

 

 

 

Poniamo a Robert qualche domanda, per conoscerlo meglio.

 

 

 

 

1. Origini e formazione: Robert, la tua vita è stata segnata fin da giovane da eventi storici e familiari molto forti. In che modo queste esperienze hanno plasmato il tuo modo di pensare e di scrivere?

 

A dire il vero, oltre al segno profondo che una dittatura estrema lascia nella psicologia dell’essere umano fin dall’infanzia – nel mio caso con l’arresto di mio padre quando avevo appena sei anni – un ruolo decisivo nel mio modo di pensare lo ha avuto proprio mio padre, Dino Martiko.

Era un uomo dal carattere straordinariamente forte, invincibile anche nelle condizioni più estreme degli interrogatori e delle carceri, dove non cedette mai in nessuna delle sue due detenzioni, rifiutandosi di denunciare qualsiasi conversazione intima con amici o conoscenti.

Prima di essere arrestato, gli fu proposto dalle autorità albanesi, dopo la presa del potere da parte dei comunisti, di essere inviato in Occidente come informatore sugli albanesi fuggiti all’estero – una scelta che avrebbe salvato l’intera famiglia e ci avrebbe aperto la possibilità di vivere fuori dall’Albania, in un Paese europeo. Ma proprio perché era un uomo non solo forte, ma anche profondamente onesto, non accettò di spiare nessuno, nemmeno persone sconosciute. Preferì piuttosto sacrificare sé stesso e l’intera famiglia.

La stessa integrità morale la ritrovavo anche in mia madre. Per questo credo che, oltre alle condizioni estreme della dittatura, ciò che ha inciso più profondamente nel mio pensiero e nella mia scrittura sia stato soprattutto l’esempio umano di mio padre – una forma di eroismo silenzioso, costruito non su gesti spettacolari, ma sulla coerenza interiore e sul rifiuto di tradire la propria coscienza. 

 

2. Il concetto del Tempo: Sei considerato il primo autore albanese ad aver trattato il Tempo come dimensione filosofica ed esistenziale. Come nasce questa tua ricerca e cosa rappresenta per te il Tempo?

 

Per essere preciso e onesto con me stesso, quando si dice che “sono considerato il primo autore albanese ad aver trattato il Tempo come dimensione filosofica ed esistenziale”, devo dire che sono io stesso a considerarmi tale, perché nel contesto albanese il concetto di Tempo non è mai stato affrontato seriamente dal punto di vista filosofico.

Anche nel mondo accademico, il Tempo rimane per lo più un concetto di tipo tecnico, fisico o storico, ma non una categoria esistenziale e antropologica, come invece è stato nella grande tradizione del pensiero occidentale, da Agostino a Heidegger.

In questo senso, la mia ricerca sul Tempo non nasce da un’ambizione personale, ma da una necessità interiore di colmare un vuoto reale nella nostra cultura del pensiero.

Quando cadde il sistema della dittatura durato quasi mezzo secolo in Albania, la prima cosa che sentii di dover fare fu partire con la mia famiglia verso Corfù, il luogo dove in passato aveva vissuto mia madre. Lì iniziai a scrivere i miei primi libri, in una sorta di stato di liberazione ma anche di confusione, come accade a ogni persona che esce da un’epoca chiusa e si confronta improvvisamente con la libertà.

Con il passare del tempo, tuttavia, compresi che la vera profondità delle cose e il senso della vita non si possono trovare soltanto nell’esperienza personale o nella letteratura, ma soprattutto nella filosofia. Così iniziai a seguire le mie prime lezioni di filosofia e ebbi la grande fortuna che il mio professore avesse insegnato anche in una prestigiosa università di Parigi, il che mi aprì un orizzonte completamente nuovo di pensiero.

Proprio in questo periodo iniziai a confrontarmi seriamente con il concetto del Tempo, che in seguito ho affrontato in molti dei miei libri. Per me il Tempo non è semplicemente una dimensione fisica o cronologica, ma la categoria più essenziale dell’esistenza umana, soprattutto in senso antropologico, perché è direttamente legato al destino dell’individuo, delle società e di milioni di persone nel mondo.

 

3. Rinascita Spirituale: Nei tuoi scritti ritorna spesso l’idea di una Rinascita Spirituale. Cosa significa oggi, per l’uomo contemporaneo, rinascere spiritualmente?

 

Per l’uomo contemporaneo, rinascere spiritualmente non significa semplicemente cambiare stile di vita, seguire mode culturali o consumare nuove forme di dispositivi tecnologici o di informazione. La rinascita spirituale non è un processo esteriore, ma una trasformazione interiore del modo in cui l’essere umano guarda Sé stesso, l’Altro e il Mondo.

Rinascere significa, prima di tutto, uscire dall’automatismo della vita quotidiana, dalla ripetizione di abitudini e ruoli sociali che spesso viviamo senza consapevolezza. È il momento in cui l’individuo inizia a porsi le domande fondamentali: chi sono io al di là delle funzioni che svolgo, al di là del ruolo sociale, al di là della storia che mi è stata imposta?

In questo senso, la rinascita spirituale è allo stesso tempo un atto di libertà e di responsabilità. Libertà, perché l’essere umano si libera dalle identità precostituite e dalla paura del pensiero autonomo; responsabilità, perché per la prima volta si percepisce come soggetto morale delle proprie scelte, e non semplicemente come prodotto delle circostanze.

Oggi, in un mondo dominato dalla velocità, dalla tecnologia e dal rumore continuo dell’informazione, la rinascita spirituale è più difficile, ma anche più necessaria che mai. Essa implica un ritorno al silenzio, alla riflessione, all’esperienza interiore, senza le quali l’essere umano rischia di perdere non solo la profondità, ma anche il senso stesso del proprio essere.

Per questo, per me, la rinascita spirituale non è un lusso culturale, ma una condizione fondamentale per una società che desidera restare umana, e non soltanto funzionale. È, in un certo senso, il suo stesso futuro, se le istituzioni del pensiero e della cultura avranno la cura di affrontare seriamente questa dimensione. In assenza di una tale consapevolezza spirituale, le società rischiano di rimanere bloccate in cicli ripetuti di divisione e di conflitto.

Nel caso albanese, storicamente, anche quando è stata menzionata in modo sporadico – come in Dora d’Istria – l’idea di rinascita spirituale è rimasta più come nozione che come processo reale del pensiero. E senza un simile confronto interiore, è difficile immaginare un cambiamento profondo e duraturo della società.

 

4. La tua scrittura: sobria, delicata, ferma: Il tuo stile è essenziale, delicato, ma allo stesso tempo deciso. È una scelta consapevole o un modo naturale di esprimerti?

 

Penso che il mio stile sia allo stesso tempo una scelta consapevole e un modo naturale di esprimermi. Non ho mai cercato di costruire uno stile come forma estetica in sé; è nato piuttosto dal modo in cui vivo la realtà e dalla necessità di dire la verità senza rumore, senza eccessi e senza violenza linguistica.

La delicatezza nasce dalla convinzione che la parola debba rispettare l’esperienza umana, soprattutto quando affronta temi interiori, morali o esistenziali. La fermezza, invece, deriva dal fatto che il pensiero, se è onesto, non può essere vago o relativista; deve assumersi la responsabilità di ciò che afferma.

Per questo cerco di scrivere in modo sobrio, ma non debole; calmo, ma non disimpegnato. Per me lo stile non è un ornamento del pensiero, ma la forma più semplice e più precisa per portarlo fino al lettore.

 

5. Filosofia, arte, poesia, storia: Le tue passioni sono evidenti in ogni pagina che scrivi. Quale di queste discipline senti più vicina alla tua anima?

 

In realtà, non mi sento definito all’interno di una sola disciplina. Filosofia, arte, poesia e storia, per me, non sono ambiti separati, ma modi diversi di avvicinarsi alla stessa domanda fondamentale: che cosa significa essere umani nel tempo?

Tuttavia, se dovessi scegliere un asse centrale, direi che la filosofia è quella più vicina alla mia anima, perché mi offre il linguaggio per pensare oltre la superficie, per collegare l’esperienza personale al significato universale. La filosofia non mi serve come sistema teorico, ma come modo di vivere e come esercizio continuo della coscienza.

L’arte e la poesia sono invece le forme attraverso cui questa esperienza interiore prende corpo e sensibilità. Arrivano là dove il linguaggio concettuale si ferma: alle emozioni, all’intuizione, ai silenzi che non possono essere espressi direttamente.

La storia, infine, mi dà la dimensione del tempo e della memoria, ricordandomi che nessun pensiero nasce nel vuoto, ma sempre all’interno di un dramma umano collettivo. In questo senso, non vedo queste discipline come concorrenti, ma come complementari: la filosofia domanda, l’arte sente, la poesia esprime, la storia ricorda.

 

 

6. Il rapporto con la memoria: Molti dei tuoi libri affrontano il tema della memoria, individuale e collettiva. Che ruolo ha la memoria nella costruzione dell’identità?

 

La memoria, per me, non è semplicemente un archivio di fatti o un deposito del passato. È la struttura interiore attraverso cui l’essere umano costruisce sé stesso nel tempo. Senza memoria non esiste identità, ma soltanto una presenza frammentata nel presente.

In questo senso, mi sento molto vicino a ciò che Henri Bergson chiamava durée – il tempo interiore vissuto, in cui il passato non scompare, ma continua a vivere all’interno del presente, modellando continuamente la nostra coscienza.

La memoria individuale dà all’essere umano una continuità esistenziale: collega ciò che siamo stati con ciò che siamo e con ciò che possiamo diventare. La memoria collettiva, invece, offre alla società un orizzonte di senso, perché attraverso di essa le comunità comprendono sé stesse non come aggregati casuali, ma come storie condivise.

Ma la memoria non è mai neutrale. È sempre selettiva, interpretata, spesso anche deformata. Proprio per questo, il rapporto con la memoria è sempre anche un rapporto con la verità. Ricordare non significa semplicemente riportare eventi, ma confrontarsi con il loro significato morale e umano.

In questo senso, l’identità non si costruisce sull’oblio, ma su una memoria consapevole, critica ed elaborata. Una società che non affronta la propria memoria rischia di restare prigioniera della ripetizione, riproducendo gli stessi errori storici sotto nuove forme.

Per questo, per me, la memoria è un atto etico, non soltanto psicologico: è il modo in cui l’essere umano e la società decidono di non perdersi nel fluire del Tempo.

 

7. La tua produzione letteraria: Hai scritto romanzi, saggi, novelle, citazioni filosofiche, antologie poetiche. C’è un genere nel quale ti senti più “a casa”?

 

Da quanto ho realizzato finora attraverso i libri che ho scritto, direi che mi sento più vicino alla prosa, soprattutto a quella in cui il racconto di un destino umano è strettamente legato all’antropologia della società stessa. Mi interessa una prosa che non si limiti a narrare storie individuali, ma che attraverso di esse cerchi di comprendere le strutture profonde della vita collettiva.

Sento una forte affinità anche con il saggio filosofico, perché lì posso seguire in modo più diretto il mutamento del pensiero e della società nel corso del tempo. In uno dei miei saggi ho messo in dialogo tra loro i più grandi filosofi dell’umanità, proprio per comprendere come le idee formino le epoche e, allo stesso tempo, come le epoche trasformino le idee.

Per quanto riguarda la poesia, mi attrae quella forma in cui l’emozione nasce dal pensiero, non dall’effetto figurativo o retorico. La poesia, per me, non è un ornamento del sentimento, ma un altro modo di pensare il mondo, il Tempo e l’esperienza umana, accompagnato da quel brivido interiore che nasce quando si comprende come la storia si ripeta quasi identica, solo sotto forme diverse, come conseguenza delle scelte umane.

 

8. La collaborazione con Saturno Magazine: I tuoi articoli su Saturno Magazine sono sempre molto seguiti. Cosa rappresenta per te questo spazio di dialogo con i lettori?

 

Per me, Saturno Magazine rappresenta più di un semplice spazio di pubblicazione. È un luogo di dialogo, dove la parola non rimane monologo dell’autore, ma si trasforma in relazione con l’Altro. In un’epoca in cui molti media funzionano sulla velocità e sulla superficialità, Saturno conserva ancora qualcosa di essenziale: il tempo per la riflessione.

Ciò che apprezzo di più in questa collaborazione è il fatto che gli articoli non vengono letti semplicemente come informazione, ma come un invito al pensiero. I lettori di Saturno Magazine sono lettori che non cercano soltanto la notizia del momento, ma il significato che si nasconde dietro gli eventi, le idee e le esperienze umane.

In questo senso, questa collaborazione ha per me anche una dimensione etica: è un tentativo di riportare la parola pubblica dal consumo alla riflessione, dal rumore al dialogo, dall’opinione rapida al pensiero lento. E questo, oggi, è forse una delle forme più importanti di resistenza culturale.

 

9. Albania, Grecia, Europa: Hai vissuto in Albania, poi a Corfù. Come questi luoghi hanno influenzato la tua visione del mondo?

 

Vivere in Albania e poi in Grecia, a Corfù, è stata per me un’esperienza fondamentale nella formazione della mia visione del mondo. L’Albania mi ha dato l’esperienza diretta di una storia spezzata, di una società formata sotto la pressione di ideologie e traumi collettivi. Mi ha insegnato quanto profondamente la storia possa entrare nella psicologia dell’individuo e quanto sia difficile liberarsi da un passato non elaborato.

La Grecia, invece, e in particolare Corfù, mi ha aperto un’altra dimensione: il contatto diretto con uno spazio culturale in cui antichità, tradizione e modernità convivono in modo naturale. Lì ho iniziato a percepire più chiaramente la continuità del pensiero europeo, dalla filosofia classica alla cultura contemporanea, e a comprendere che l’identità non è isolamento, ma dialogo tra tempi e culture.

L’Europa, in questo senso, non è per me soltanto uno spazio geografico o politico, ma un progetto spirituale e culturale: il tentativo di costruire una coscienza che nasce dal confronto con il passato, dalla critica di sé stessi e dalla responsabilità verso l’Altro. Vivere tra queste tre realtà – Albania, Grecia ed Europa – mi ha insegnato che la vera identità non è appartenenza rigida, ma movimento, traduzione e apertura verso l’altro.

 

10. Il ruolo dello scrittore oggi: In un’epoca dominata dalla velocità e dalla superficialità, quale pensi sia il compito dello scrittore?

 

In un’epoca dominata dalla velocità, dal consumo immediato dell’informazione e dalla superficialità del discorso pubblico, credo che la missione dello scrittore sia quella di rallentare il mondo. Non in senso tecnico, ma in senso spirituale e mentale: creare spazio per la riflessione, per il silenzio e per domande che non hanno risposte rapide.

Lo scrittore, per me, non è un produttore di intrattenimento, ma un testimone dell’esperienza umana. Deve conservare la capacità di vedere dove gli altri passano in fretta, di ascoltare ciò che non viene detto e di dare parola a ciò che rischia di restare inesprimibile.

In questo senso, il ruolo dello scrittore è anche etico: non adattarsi alla logica del mercato, del clic o dello spettacolo, ma difendere la dignità della parola e del pensiero. In un mondo in cui tutto tende a trasformarsi in opinione rapida, lo scrittore ha il compito di preservare la complessità del reale e la profondità dell’essere umano.

Per questo oggi più che mai lo scrittore non è colui che offre risposte, ma colui che custodisce il diritto di porre domande difficili, senza le quali la società rischia di perdere coscienza di sé stessa.

 

11. Progetti futuri: Hai pubblicato moltissimo, e continui a farlo. Su cosa stai lavorando ora? C’è un tema che senti urgente e che desideri affrontare nei prossimi anni?

 

Attualmente sto per concludere la scrittura di un libro che inizialmente avevo pensato di trattare come Le avventure degli Argonauti, un racconto per bambini, ma che con il passare del tempo si è trasformato per me in una storia che parla anche agli adulti, perché ha iniziato a toccare temi molto più profondi di quanto avessi immaginato all’inizio.

Mentre lo scrivevo, mi ha attratto sempre di più la figura femminile di Medea e la sua storia tragica, non solo come personaggio mitologico, ma come figura umana, con conflitti interiori, scelte difficili e conseguenze morali. Per questo motivo ho deciso di cambiare prospettiva e titolo, chiamando il libro Medea – Una storia dal tempo degli Argonauti.

Gli Argonauti sono una storia antica, raccontata molte volte, in molte lingue e in molte epoche. Ogni generazione l’ha ascoltata in modo diverso e ogni popolo l’ha narrata secondo la propria sensibilità. In questo libro ho cercato di raccontarla non come una storia di eroismo o di vendetta, ma soprattutto come una storia di cuori: una riflessione sulla fiducia, sull’amore, sulla parola data e sulle scelte che facciamo quando ci troviamo di fronte a esse.

Medea, in questa versione, non è la figura della vendetta e della distruzione, ma una donna che porta dentro di sé due mari: il primo amore e il dolore profondo dell’abbandono. Non guarisce dimenticando, ma vivendo: crescendo i figli, imparando le piante della terra, i canti della Colchide e le parole sagge della Grecia. Poco a poco si trasforma in una figura sapiente, che comprende come la vera forza non sia non cadere mai, ma sapersi rialzare.

 

12. Un messaggio ai lettori: Cosa vorresti che il lettore portasse con sé, dopo aver letto i tuoi libri?

 

Vorrei che il lettore, dopo aver chiuso i miei libri, non portasse con sé soltanto storie o personaggi, ma un modo diverso di guardare se stesso e il mondo. Più di ogni altra cosa, vorrei che restasse con la domanda fondamentale: che cosa significa essere uomo, al di là dei ruoli, delle ideologie e delle appartenenze che ci vengono imposte?

In molti miei scritti ho dato importanza non alla figura dell’eroe nel senso storico chiuso, schiavo del partito o del sistema a cui appartiene – figura che può facilmente trasformarsi in un malfattore – ma a quel tipo di eroe costruito su valori universali, che non si misura con vittorie o gloria, ma con la responsabilità morale, con la capacità di non tradire la propria coscienza, anche quando questo comporta un prezzo personale.

In questo senso mi sento molto vicino al principio di Luigi Pirandello che dice: Eroe si può diventare una volta per caso; uomo onesto bisogna esserlo sempre.

La storia albanese, soprattutto durante il periodo di estrema costrizione ideologica, testimonia in modo tragico e al tempo stesso grandioso questa idea. Proprio nella cosiddetta “Oriente Rosso”, quando il potere esigeva una sottomissione assoluta, le figure più belle e moralmente più pure furono quei pochi individui che non si arresero nemmeno sotto gli interrogatori più feroci, che non accettarono di tradire la propria coscienza, anche quando ciò costò loro la vita, la famiglia e la libertà.

Una figura di questo tipo, in dimensioni davvero ammirevoli, fu il sacerdote cattolico Pjetër Meshkalla, che entrò in prigione per libera scelta, in un’epoca in cui la paura e la sottomissione erano diventate una norma collettiva per quasi tutta la società. Questi individui straordinari rappresentano ciò che si potrebbe definire una “aristocrazia della coscienza”: una nobiltà non del potere, ma del carattere, nel senso più profondo kantiano del termine, dove la morale non è obbedienza alla forza, ma legge interiore della libertà.

E penso che proprio questo sia il messaggio più importante per il lettore di oggi: che in un mondo dominato dal potere, dall’interesse e dallo spettacolo, senza questi principi di valore assoluto – l’onestà, la cura per l’Altro e la responsabilità morale – la società umana rischia di perdere non solo la direzione, ma anche il proprio significato, cioè il proprio futuro.

 

Ringrazio di cuore Robert Martiko per la generosità con cui ha condiviso pensieri, ricordi e visioni. Ogni sua risposta è stata un invito a guardare più a fondo, a non accontentarsi delle superfici, a riconoscere nella letteratura un luogo di verità e di liberazione interiore.

Invito i lettori a immergersi in questa intervista con attenzione e curiosità: tra le righe troveranno non solo il ritratto di uno scrittore raffinato, ma anche quello di un uomo che ha attraversato la storia con dignità, trasformando il dolore in consapevolezza e la memoria in luce.

Per quanto mi riguarda, questo dialogo è stato più di un semplice incontro professionale. Mi ha permesso di conoscere meglio Robert, la sua sensibilità, la sua forza discreta, la sua sete di libertà. Ma soprattutto mi ha permesso di avvicinarmi alla figura di suo padre, Dino Martiko: un uomo coraggioso, un eroe silenzioso la cui presenza continua a vivere nelle parole e nella coscienza del figlio e di chi ha avuto l’onore di conoscerlo.

A entrambi, padre e figlio, va il mio più profondo rispetto.

 

 

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