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Saturno Magazine, Articolo: QUANDO SCRIVERE DIVENTA RESPIRO - OSAMA OKASHA

QUANDO SCRIVERE DIVENTA RESPIRO - OSAMA OKASHA

 

E tu, perché scrivi?

Io non sono di quelli che tracciano le lettere per attirare l’attesa di chi attende,
né per adempiere a un dovere presunto,
né per cercare un compenso che si ricavi da denaro o fama.
Per me, la scrittura non è mestiere di chi vive di espedienti,
né ornamento di chi cerca riconoscimento:
è piuttosto diffusione dell’anima,
movimento spontaneo del pensiero,
e impiego totale delle forze in ciò che si agita nel profondo del cuore.

Non scrivo per autocelebrazione,
né per difendere un’opinione da innalzare.
Scrivo quando la parola pronunciata si restringe
e non basta più a contenere ciò che ho nel petto;
allora la scrittura si alza al posto della lingua
e traduce ciò che le labbra non riescono a dire.
È bisturi che svela ciò che era nascosto,
chiave che apre ciò che era serrato.
Con essa si estrae il segreto dell’anima come si estrae un tesoro sepolto,
e si illumina il nascosto come si rivela una gemma nella sua miniera.

Scrivo perché trovo nella lettera un riposo,
e nella riga un respiro.
Quando le ferite del sentimento si accumulano
e il peso dei pensieri si fa duro,
mi rifugio nella penna
e le affido ciò che non posso affidare a nessun essere umano.
Essa diventa per me un compagno che non si stanca,
un amico che non si annoia,
ascolta senza interrompere,
sopporta senza rimproverare.

E scrivo per affinare la mia lingua,
per disciplinare la mia espressione,
poiché la penna è una delle due lingue dell’uomo,
e il linguaggio, se non viene esercitato, si atrofizza,
e se non viene curato, appassisce.
E poiché gli spazi della lingua pura si sono ristretti
e le sue fonti si sono ritirate,
non ho trovato che questa lingua metaforica
per mantenere vivo ciò che stava per svanire.

E scrivo non solo per far sentire gli altri,
ma per ascoltare me stesso.
Leggo nelle mie righe ciò che non coglievo nei miei pensieri,
e comprendo dalle mie esperienze ciò che sfuggiva alla mia visione.
La scrittura è il registro dei miei giorni,
l’archivio dei miei mutamenti:
vi ritorno e vi trovo la storia della mia anima,
le tracce di ciò che ho attraversato di durezza e sollievo,
di desiderio e separazione.

Talvolta la scrittura è per me una cura:
mi guarisco con essa da una ferita profonda,
o vi trovo consolazione per una pena ardente.
Il dolore, quando viene scritto, esce;
quando viene fissato, si alleggerisce.
È come se la lettera portasse via dal cuore una parte del suo peso,
lo rendesse più lieve,
e disperdesse le sue angosce.

Se ciò che scrivo viene letto, è un dono;
se viene lasciato da parte, mi basta che abbia compiuto il suo scopo:
io scrivo per essere più vicino a me stesso,
più sincero con il mio sentire,
più leggero nel portare ciò che mi attraversa di inquietudine e desiderio.

Questa è la scrittura per me:
non è un discorso rivolto agli altri,
ma un dialogo con l’anima,
che la purifica,
la illumina,
e la riporta sulla via diritta.

— Osama Okasha

 

 

 

 

وأنت لماذا تكتب ؟

 
ما أنا بالذي يخطُّ الحروفَ استجلابًا لانتظارِ منتظر، ولا استيفاءً لواجبٍ مُفترض، ولا ابتغاءَ عِوَضٍ يُجتنى من مالٍ أو ذِكرٍ؛ فإنّ الكتابةَ عندي ليست صَنعةَ مُتكسِّب، ولا زينةَ مُتطلِّب، ولكنها انبثاثُ نفسٍ، وانصرافُ خاطرٍ، واستفراغُ وُسعٍ فيما يعتلجُ في الضمير.
لا أكتبُ تزكيةً لذاتٍ، ولا انتصارًا لرأيٍ يُشاد، وإنما أكتبُ إذ تضيقُ العبارةُ المنطوقةُ عمّا في الصدر، فتنهضُ الكتابةُ مقامَ اللسان، وتُترجمُ عمّا عجزتْ عنهُ الشفاه. فهي مِبضعُ الكشفِ عمّا استكنَّ، ومِفتاحُ الإفضاءِ بما استُغلق، بها يُستخرجُ خَبءُ النفسِ استخراجَ الدفين، ويُستجلى المكنونُ استجلاءَ الجوهَرِ من مَعْدِنه.
أكتبُ لأنّي أجدُ في الحرفِ مُرتاحًا، وفي السطرِ مَتنفّسًا؛ فإذا تراكمتْ عليَّ تباريحُ الوجد، واشتدّتْ وطأةُ الخواطر، لجأتُ إلى القلمِ فأفضيتُ إليه بما لا يُفضى به إلى بشر، فكانَ لي أنيسًا لا يملُّ، ونديمًا لا يَسأم، يُصغي ولا يُقاطع، ويحتملُ ولا يُعاتب.
وأكتبُ لأُهذِّبَ لُغتي، وأُروِّضَ عبارتي، فإنّ القلمَ أحدُ اللسانين، والبيانُ إذا لم يُستعملْ ضَمُر، وإذا لم يُدارَ ذَبُل. ولمّا ضاقتِ المجالسُ بالفصحى، وانحسرتْ مواردُها، لم أجدْ إلا هذا اللسانَ المجازيَّ أستبقي به حيًّا ما كادَ أن يذوي.
وأكتبُ لا لأُسمِعَ غيري فحسب، بل لأسمعَ نفسي، فأقرأُ في سطوري ما لم أكنْ أدركُه في خاطري، وأستبينُ من تجاربي ما كانَ خافيًا عن بصيرتي. فهي صحيفةُ أيّامي، وسِجلُّ تقلباتي، أرجعُ إليها فأجدُ فيها تاريخَ نفسي، وأثرَ ما مرَّ بي من شدّةٍ ورخاء، ومن شوقٍ وفراق.
وقد تكونُ الكتابةُ عندي دواءً، أستشفي به من جُرحٍ غائر، أو سلوةً أُسكِّن بها لوعةَ وجدٍ مُستعر؛ إذ يخرجُ الألمُ إذا سُطِّر، ويخفُّ إذا قُيِّد، وكأنّ الحرفَ يحملُ عن القلبِ بعضَ ما به، فيُهوِّنُ ثقله، ويُفرِّقُ كُرَبَه.
فإن قُرئَ ما أكتبُ فذاك فضلٌ، وإن تُرِكَ فحسبُه أنّه أدّى غايتَه عندي؛ إذ أنا أكتبُ لأكونَ أقربَ إلى نفسي، وأصدقَ مع وجداني، وأخفَّ حملًا لما يعتورُني من همٍّ وهوى. تلك هي الكتابةُ عندي: ليست خطابًا إلى الناسِ بقدرِ ما هي حديثٌ مع النفس، يُنقّيها، ويُجليها، ويُقيمُها على سواءِ السبيل.
 
أسامة عكاشة

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