E tu, perché scrivi?
Io non sono di quelli che tracciano le lettere per attirare l’attesa di chi attende,
né per adempiere a un dovere presunto,
né per cercare un compenso che si ricavi da denaro o fama.
Per me, la scrittura non è mestiere di chi vive di espedienti,
né ornamento di chi cerca riconoscimento:
è piuttosto diffusione dell’anima,
movimento spontaneo del pensiero,
e impiego totale delle forze in ciò che si agita nel profondo del cuore.
Non scrivo per autocelebrazione,
né per difendere un’opinione da innalzare.
Scrivo quando la parola pronunciata si restringe
e non basta più a contenere ciò che ho nel petto;
allora la scrittura si alza al posto della lingua
e traduce ciò che le labbra non riescono a dire.
È bisturi che svela ciò che era nascosto,
chiave che apre ciò che era serrato.
Con essa si estrae il segreto dell’anima come si estrae un tesoro sepolto,
e si illumina il nascosto come si rivela una gemma nella sua miniera.
Scrivo perché trovo nella lettera un riposo,
e nella riga un respiro.
Quando le ferite del sentimento si accumulano
e il peso dei pensieri si fa duro,
mi rifugio nella penna
e le affido ciò che non posso affidare a nessun essere umano.
Essa diventa per me un compagno che non si stanca,
un amico che non si annoia,
ascolta senza interrompere,
sopporta senza rimproverare.
E scrivo per affinare la mia lingua,
per disciplinare la mia espressione,
poiché la penna è una delle due lingue dell’uomo,
e il linguaggio, se non viene esercitato, si atrofizza,
e se non viene curato, appassisce.
E poiché gli spazi della lingua pura si sono ristretti
e le sue fonti si sono ritirate,
non ho trovato che questa lingua metaforica
per mantenere vivo ciò che stava per svanire.
E scrivo non solo per far sentire gli altri,
ma per ascoltare me stesso.
Leggo nelle mie righe ciò che non coglievo nei miei pensieri,
e comprendo dalle mie esperienze ciò che sfuggiva alla mia visione.
La scrittura è il registro dei miei giorni,
l’archivio dei miei mutamenti:
vi ritorno e vi trovo la storia della mia anima,
le tracce di ciò che ho attraversato di durezza e sollievo,
di desiderio e separazione.
Talvolta la scrittura è per me una cura:
mi guarisco con essa da una ferita profonda,
o vi trovo consolazione per una pena ardente.
Il dolore, quando viene scritto, esce;
quando viene fissato, si alleggerisce.
È come se la lettera portasse via dal cuore una parte del suo peso,
lo rendesse più lieve,
e disperdesse le sue angosce.
Se ciò che scrivo viene letto, è un dono;
se viene lasciato da parte, mi basta che abbia compiuto il suo scopo:
io scrivo per essere più vicino a me stesso,
più sincero con il mio sentire,
più leggero nel portare ciò che mi attraversa di inquietudine e desiderio.
Questa è la scrittura per me:
non è un discorso rivolto agli altri,
ma un dialogo con l’anima,
che la purifica,
la illumina,
e la riporta sulla via diritta.
— Osama Okasha
وأنت لماذا تكتب ؟
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