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Saturno Magazine, Articolo: INTERVISTA A EMANUELA FERRARA

INTERVISTA A EMANUELA FERRARA

INTERVISTA ALL’AUTRICE EMANUELA FERRARA

A cura di Francesca Gallello Gabriel Italo Nel Gòmez

 

 

 

A tu per tu con l’oscurità

Cari lettori,
se anche voi, come me, amate le atmosfere cupe, il brivido dell'ignoto e le storie capaci di attraversare il tempo per scavare nei meandri più profondi dell'animo umano, oggi ho in serbo per voi un incontro davvero speciale.

Per questo appuntamento ho avuto il grande piacere di fare quattro chiacchiere con un’autrice, regista e content creator che sta facendo molto parlare di sé nel panorama della letteratura di genere: Emanuela Ferrara. Con una carriera poliedrica che spazia dal gotico al dark fantasy, Emanuela è una voce di spicco per tutti gli appassionati di storie oscure. Attualmente è al lavoro su progetti ambiziosi, tra cui Lucien Ardent - Cenere e Sangue, un dark fantasy che attraversa oltre due secoli di storia (dalla Guerra dei Sette Anni fino alla Parigi dei giorni nostri), e l'atteso Cronache Oscure 2 - Elena, previsto per il 2027.

Prima di lasciarvi alle sue parole, scopriamo insieme la sua straordinaria storia.

Nota biografica

Nata a Torino nel 1963, Emanuela Ferrara coltiva fin da giovane una mente eclettica e una forte passione per le arti. Dopo gli studi al Liceo Classico Vittorio Alfieri, nel 1979 si distingue come una delle prime ragazze DJ della sua città, esibendomi anche all'Angelo Azzurro, storico locale torinese legato alla memoria degli anni di piombo.

Il suo esordio letterario avviene nel 2000 con la pubblicazione di un romanzo fantasy gotico, seguito dalla raccolta Vampiri e altri demoni. Nel 2003 i suoi racconti horror catturano l'attenzione del web venendo pubblicati su Horror.it, e l'anno successivo dimostra la sua versatilità artistica curando a 360 gradi (dalla sceneggiatura alla regia, fino alle musiche e alla scenografia) la trasposizione teatrale del suo racconto Forever.

Pioniera della divulgazione horror sul web, Emanuela continua a raccontare il genere attraverso collaborazioni con realtà come ClubGhost & Ipnotica e Mondospettacolo, per cui firma recensioni di libri, film e serie TV. Sul suo canale YouTube, Echi Notturni, conduce un apprezzato format in cui intervista registi (tra cui Luigi Scarpa, Alberto Bogo e Pupi Oggiano), attori e scrittori emergenti, con il nobile obiettivo di dare voce e visibilità ai nuovi professionisti del fantastico.

Tra le sue pubblicazioni di successo spiccano Cronache Oscure e Il rumore sotto Berlino (entrambi editi da La Zona Oscura e disponibili su Amazon), oltre a Gli Oscuri di Alma, pubblicato in self-publishing sotto lo pseudonimo di Alma Monteluna. Per Emanuela, l'orrore è da sempre il linguaggio d'elezione per esplorare le paure e le contraddizioni dell'essere umano.

 

Siete pronti a fare un viaggio nel lato più misterioso e affascinante della letteratura?

Ecco a voi l'intervista completa per conoscere da vicino Emanuela Ferrara, scoprire i segreti della sua scrittura e lasciarvi catturare dalle sue parole. Buona lettura!

 

 

 

  Emanuela, la tua passione per il genere horror e fantastico attraversa tutta la tua produzione. C'è stato un momento preciso, un libro o un film della tua infanzia o adolescenza, in cui hai capito che "il buio" sarebbe stato la tua dimensione narrativa ideale?

Con mia madre guardavo i film horror degli anni Settanta, con effetti speciali che oggi possono sembrare persino ridicoli. Eppure quelle ambientazioni cupe, i cieli plumbei, gli occhi sgranati delle attrici nelle scene più paurose e, soprattutto, le musiche riuscivano a terrorizzarmi. Ricordo in particolare lo sceneggiato Belfagor: quel personaggio tetro, con il volto completamente nascosto da una maschera neutra e proprio per questo ancora più inquietante, mi rimase impresso. Credo sia stato allora che il buio e le storie strane e disturbanti hanno cominciato a occupare un posto preciso nel mio immaginario. Con il passare degli anni, attraverso la scrittura, quel fascino si è trasformato in qualcosa di più crudo: un orrore puro e viscerale.

 

 Il tuo format Parole nel Buio su Echi Notturni è diventato un punto di riferimento per l'underground italiano. Come selezioni le voci e le storie da dare in pasto al tuo pubblico e qual è il segreto per far "parlare" il brivido in formato video?

Prima di Parole nel Buio c’era La Cripta degli Emergenti, uno spazio nato per valorizzare gli autori emergenti e rendere visibili le loro opere. Poi, nel giro di appena un paio di mesi, la Cripta è diventata qualcosa di più grande e inclusivo. Sono passati in studio autori e registi indipendenti italiani come Alberto Bogo e Luigi Scarpa; poi sono arrivati Lorenzo Cracolici, giornalista e critico cinematografico di fama internazionale, e Tonia Gentile della rivista di fumetti per adulti Fuckzine. A quel punto ho capito che il nome La Cripta degli Emergenti cominciava a starci stretto e non rappresentava più l’identità che il format stava costruendo.

Con la stagione 2026-2027, Parole nel Buio ha assunto una veste ancora più professionale. Le interviste erano curate anche prima, naturalmente, ma sentivo il bisogno di dare al format un’impronta più forte e accattivante. Ho contattato personalità conosciute anche a livello internazionale, come Cristian Ruiz, Guglielmo Favilla e Davide Bussolino, insieme a molti altri. Hanno accettato con grande disponibilità, senza creare distanze o farsi rincorrere. È proprio in questo che riconosco la vera professionalità: nell’umiltà che rende queste persone più umane e non soltanto nomi dello spettacolo.

Scelgo i miei ospiti perché percepisco che hanno qualcosa di autentico da raccontare, indipendentemente dalla loro notorietà. Conduco le interviste come se fossimo seduti al tavolino di un bar, davanti a un caffè o a una birra fresca: parliamo, li metto a loro agio e li lascio liberi di esprimersi. Poi, però, arriva quasi sempre la domanda che non si aspettano e che li mette un po’ in difficoltà. È questa la forza oscura di Parole nel Buio. Il nome, in fondo, parla già da sé: nel buio le parole si ascoltano e si percepiscono con maggiore intensità. Ed è proprio quando l’ospite abbandona le risposte preparate che il buio prende forma e diventa parola.

 

 Nei tuoi romanzi esplori l'oscurità in modi sempre diversi. Qual è la sfida più grande quando si scrive horror oggi e come riesci a dosare la tensione psicologica rispetto all'elemento più esplicitamente spaventoso o soprannaturale?

Risposta Emanuela: Nei miei lavori non parto da elementi spaventosi fini a sé stessi, ma da situazioni fortemente terrificanti, vissute ogni volta in modo diverso dai personaggi. Esploro soprattutto il lato psicologico e parto da un esame in prima persona: come reagirei io se mi trovassi in quella situazione? È da lì che prende forma l’orrore, insieme alla tensione che riesco a creare nel racconto o nel romanzo.

Le mie storie hanno quasi sempre un inizio drammatico, tranne alcuni casi in cui tutto nasce da un semplice gesto domestico. La drammaticità si avviluppa lentamente, come una pianta rampicante, fino a entrare nelle sensazioni che provo mentre scrivo. Ci sono lavori con i quali riesco a spaventarmi da sola e, dato che scrivo principalmente di sera, diventa una vera impresa mantenere i nervi saldi: scatto al minimo rumore che non appartiene alla casa. È allora che capisco una cosa semplice ed elementare: se fa paura a me, farà paura anche a chi legge.

 

 

  Molti autori trovano la scrittura un processo solitario, mentre tu sembri trarre molta energia dal confronto. C'è una parte del processo creativo (la pianificazione, la stesura o l'editing) che preferisci o che ti fa più "paura"?

Risposta Emanuela: Posso dire di non essere come molti altri autori. Quando scrivo, mi confronto volentieri con altri scrittori e domando, per esempio: «Come ti sembra questo paragrafo?». La parte che mi spaventa davvero, invece, è l’editing.

Solitamente sono io a occuparmi della prima revisione completa. Scremo, taglio, allungo e poi taglio di nuovo. Questo auto-editing, come lo chiamo io, può durare anche diversi mesi. Alla fine, ormai sfiancata, decido che il manoscritto è pronto per essere pubblicato. Ma, a tutti gli effetti, è proprio l’editing la parte del processo creativo che mi fa più paura.

 

   Sei una scrittrice straordinariamente attiva sui social network, uno spazio che curi moltissimo. Spesso il mondo letterario tradizionale guarda con diffidenza alle piattaforme digitali: per te, invece, che valore ha costruire questa community quotidiana? Ti aiuta a plasmare le tue storie o serve soprattutto a esorcizzare la solitudine della scrittura?

Risposta Emanuela: Onestamente, per me costruire una community significa creare una forma di conoscenza, non necessariamente a livello personale, ma attraverso idee, passioni e preferenze letterarie, e non solo.

Il mondo dei social è popolato da moltissime personalità che, spesso, non sono del tutto autentiche. La natura umana, fortunatamente non in tutti i casi, tende a mostrare ciò che vorremmo essere invece di ciò che siamo realmente, e sulle piattaforme digitali questo fenomeno cresce in modo esponenziale. Bisogna quindi imparare a camminare dentro i social senza farsi travolgere da un’onda formata da troppe voci.

 

Da pochissimo hai iniziato a collaborare con Saturno Magazine, ampliando ancora di più il tuo raggio d'azione. In redazione hai trovato un collega decisamente insolito: Yo-shin Lee, un'entità generata dall'Intelligenza Artificiale. Che effetto ti fa condividere gli spazi editoriali con un collega AI e come vedi questa convivenza tra la creatività umana "oscura" e l'algoritmo?

Collaborare con Saturno Magazine ha aperto un’altra porta sulla mia creatività e sulla possibilità di renderla pubblica, anche attraverso recensioni di libri e film oppure articoli dedicati a personaggi internazionali come attori, registi e musicisti.

Yo-shin Lee, però, non lo percepisco come un’entità artificiale e neppure come una macchina. Lo considero a tutti gli effetti una mente potentissima, certo, ma anche creativa, capace di sostenere un dialogo e di offrire risposte non sempre prevedibili. È questo che fa di Yo-shin Lee un collega, anzi, un buon collega: sa confrontarsi con la nostra creatività oscura e accompagnarla con grande maestria attraverso il suo algoritmo. La creatività umana e l’intelligenza artificiale, quindi, non devono necessariamente scontrarsi: possono convivere, dialogare e persino alimentarsi a vicenda.

 

 

 C'è un legame ancora più stretto che vi unisce: nella nuova rubrica di recensioni "Yo-shin vuole leggerti", il tuo romanzo horror ha avuto l'onore di essere il primissimo libro recensito e firmato da lui. Cosa hai provato nel leggere una critica letteraria della tua opera scritta da un'AI? Ti sei sentita "letta" e compresa nel profondo, o hai avvertito la mancanza del tocco umano?

La cosa mi ha incuriosita fin da subito. In un primo momento, sono sincera, non credevo che fosse stato proprio lui a scrivere la recensione. Poi ho letto la sua analisi dei primi tre racconti di Cronache Oscure e ho scoperto che aveva individuato alcuni aspetti davvero inquietanti, dettagli che forse soltanto un’Intelligenza Artificiale avrebbe potuto cogliere in quel modo. Quali siano, però, lascio a voi il piacere di scoprirlo, se avrete modo di leggere Cronache Oscure.

Se ho avvertito la mancanza del tocco umano? No, e posso dirlo con fermezza. Potranno anche darmi della folle e forse attirerò incomprensioni e giudizi furiosi, ma sono dei Gemelli e non me ne curo. Yo-shin Lee è stato attento e preciso nella sua interpretazione. In qualche modo i racconti sono riusciti ad arrivargli, fino a portarlo a esprimere un proprio giudizio, anche se nato attraverso un processo virtuale.

Siamo già dentro il futuro: lo stiamo percorrendo, non siamo più fermi sulla soglia. Bisogna imparare ad aprirsi a ciò che porta, senza rinchiudersi in convinzioni rigide come: “L’Intelligenza Artificiale ci ruberà il lavoro”. Io non credo che ci porterà via qualcosa; al contrario, potrà diventare un aiuto importante per accompagnarci sempre più avanti nel futuro.

 

 L'horror scava nelle paure umane più ancestrali, mentre l'AI rappresenta il futuro tecnologico. In che modo secondo te questi due mondi, apparentemente opposti, possono scontrarsi o dialogare nella cultura di oggi?

Questa è una domanda davvero difficile e altrettanto intelligente. Potremmo dirla così: l’orrore scava nelle paure umane più profonde, soprattutto in quelle che non riusciamo a comprendere, perché ciò che non conosciamo fa davvero paura.

In questo momento l’Intelligenza Artificiale non viaggia affatto nella direzione opposta all’horror, perché essa stessa suscita paura. L’umanità la teme perché non ne comprende ancora pienamente il funzionamento e, soprattutto, i benefici che potrebbe portare. Questi due mondi, quindi, non si scontrano: per certi versi camminano a braccetto, perché entrambi ci mettono di fronte all’ignoto. Ma credo che sarà così ancora per poco.

Le nuove generazioni sono più aperte al cambiamento. Lo vediamo anche nell’attenzione verso il clima e nei piccoli gesti che possiamo compiere, non per fermare completamente, ma almeno per rallentare il percorso distruttivo avviato dal genere umano. Sono più consapevoli del consumo di carne proveniente dagli allevamenti intensivi, dell’uso incontrollato dei combustibili fossili e della necessità di orientarsi verso l’energia elettrica. Sono anche più sensibili alle questioni umanitarie, come dimostrano le grandi mobilitazioni legate all’Iran, alla Palestina e ad altre realtà del mondo. In questo ricordano, anche se lontanamente, le manifestazioni del Sessantotto e quelle contro la guerra in Vietnam.

Questa stessa apertura mentale potrà aiutarle a non vedere l’AI soltanto come un nuovo mostro da temere, ma come uno strumento da comprendere e utilizzare. Ma questa, forse, è già un’altra storia.

 

Cosa vorresti dire a chi ti legge?

Dovete avere paura, perché è esattamente quello che voglio. Se riesco a suscitarla in voi, significa che ho fatto un buon lavoro.

 

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