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Saturno Magazine, Articolo: SOUAD KHALIL

SOUAD KHALIL

Una manciata di atomi rosa»… quando la poesia diventa ricerca di un’altra luce

 

Souad Khalil

 

Quando ho aperto le pagine della raccolta poetica «Una manciata di atomi rosa» del critico e poeta Abdelhakim Al-Tawil, non ho avuto la sensazione di trovarmi semplicemente davanti a un libro di poesia da leggere e poi richiudere, quanto piuttosto quella di essere entrata in uno spazio intimo, nel quale si intrecciano elementi che, a prima vista, sembrano lontani tra loro: la scienza e l’immaginazione, la ragione e il sogno, la parola e il colore, la realtà e ciò che cerchiamo al di là della realtà.

C’era qualcosa nelle poesie che ogni volta attirava la mia attenzione: un’immagine, una parola, una domanda, oppure quella sensazione indefinibile che alcuni testi lasciano nell’animo, senza che riusciamo a capire esattamente come vi siano penetrati. Leggevo la poesia, poi vi tornavo con uno sguardo diverso, come se non avesse detto tutto alla prima lettura, come se al suo interno esistesse un altro strato che aspettava soltanto che ci avvicinassimo con calma.

Forse questa sensazione non era estranea alla personalità stessa dell’autore della raccolta. Egli è infatti un ingegnere nucleare e, nella sua vita professionale, appartiene al mondo della precisione, delle leggi e dei calcoli; ma quando entra nella poesia apre le porte all’immaginazione e concede alla lingua la libertà di andare oltre i limiti dell’equazione. Forse è proprio per questo che il titolo della raccolta, «Una manciata di atomi rosa», mi è apparso così significativo: nelle sue parole riunisce un termine appartenente al mondo della scienza e un colore che appartiene invece al mondo del sogno e della sensibilità.

Nella presentazione della sua raccolta, il poeta offre al lettore alcune delle chiavi della propria esperienza e rivela il suo rapporto con la scrittura e il mondo dal quale sono nati questi testi. Tuttavia, ciò che trovo più bello nel libro è che queste chiavi non chiudono il significato né impongono al lettore un’unica strada. Le poesie, infatti, si rendono presto autonome rispetto alle loro premesse e cominciano a costruire un mondo proprio.

Mentre leggevo, mi sono ritrovata a passare attraverso stati d’animo differenti: dalla contemplazione alla meraviglia, dal sogno alla domanda, da mondi vicini alla scienza e alla conoscenza ad altri profondamente umani. E anche le tavole che accompagnano alcune poesie non erano separate da questa sensazione; a volte sembravano l’altro volto della poesia, come se il poeta non si fosse accontentato di dire con le parole ciò che voleva esprimere e avesse cercato per esso anche un colore, uno spazio e un’immagine.

Per questo non voglio considerare «Una manciata di atomi rosa» soltanto come una raccolta da leggere dall’inizio alla fine, ma come un’esperienza che invita a soffermarsi su alcuni dei suoi testi, ad avvicinarsi a essi uno per uno, per scoprire ciò che nascondono dietro le loro espressioni e le loro immagini.

Da qui è iniziato il mio viaggio attraverso questa raccolta… da una poesia, o da uno stato in prosa, come lo definisce l’autore, a un altro; da una parola a un colore, da una domanda a un sogno. Ho cercato di cogliere qualcosa di ciò che queste «particelle rosa» hanno lasciato dentro di me. E leggerò la maggior parte delle poesie di questa raccolta, perché essa mi ha provocata e spinta a immergermi nelle sue profondità e a scavare nei suoi recessi. Comincerò dalla poesia «Il sogno di un nuovo sole».

In questa poesia ho avuto la sensazione di non leggere un sogno passeggero, ma di entrare in uno spazio sospeso tra sogno e veglia; uno spazio nel quale il poeta cerca di offrire alle cose un’altra possibilità di vita, prima che la realtà riprenda nuovamente il suo dominio.

Fin dall’incipit:

«Spargi l’amore e i semi,

e fai tremare la peluria dell’universo d’amore,

per la nascita del sogno di un nuovo sole»

il sogno appare come un progetto di salvezza e come una nuova nascita che non riguarda soltanto il poeta, ma si estende all’universo che lo circonda. Egli non sogna qualcosa di piccolo o personale, ma cerca un «nuovo sole»: una luce capace di riorganizzare il mondo dopo una lunga oscurità.

Questa visione si amplia ulteriormente quando il poeta evoca il cielo, le stelle, i mari e il tramonto. Gli elementi cosmici presenti nella poesia non sono soltanto uno sfondo dell’immagine poetica, ma diventano esseri che partecipano al sogno stesso. Il cielo viene donato, le stelle vengono scoperte, il tramonto diventa una montagna, come se il poeta ricreasse la natura secondo ciò che il cuore desidera vedere.

Forse questa tendenza cosmica nella poesia anticipa un significato particolare, se ricordiamo la professione del poeta accanto alla sua attività poetica. La sua formazione scientifica sembra infatti aprire alla sua immaginazione uno spazio fatto di energia, trasformazione e universo. Quando dice «un sole che ha fuso i cuori», il verbo fondere attira l’attenzione: non si presenta soltanto come una metafora affettiva, ma porta con sé anche un’allusione all’energia e alla trasformazione. Allo stesso modo, la presenza delle meteore, delle stelle e delle galassie non appare estranea a un poeta abituato a guardare il mondo da una prospettiva scientifica; egli però rielabora questo mondo attraverso il linguaggio della poesia.

Qui l’ingegnere incontra il poeta: la scienza dona all’immaginazione la sua ampiezza, mentre la poesia trasforma la conoscenza cosmica in una sensazione umana.

Poi avviene la trasformazione, bella e dolorosa allo stesso tempo: il sogno diventa uno stato interiore.

«Un sole che ha fuso i cuori,

ha fatto delle altre stelle cadenti…

e brandelli di stelle…

e resti di galassie lontane»

Qui il sole non è più soltanto una fonte di luce; diventa una forza capace di fondere i cuori e di trasformare ciò che era integro in brandelli e resti. Per questo la luce nella poesia porta con sé due volti: quello della salvezza e quello della combustione. È proprio questa duplicità una delle cose che più mi hanno colpita nel testo.

Anche il tempo è fortemente presente. Quando il poeta dice:

«Un sogno fermò i battiti del cuore per un minuto,

e il suo orologio si fermò per anni»

troviamo una sorprendente paradossalità poetica: un solo minuto di sogno può fermare centinaia di anni. Come se il tempo reale non si misurasse attraverso le ore, ma attraverso ciò che lascia nel cuore. Un solo istante può essere più ampio di un’intera vita.

Ma ciò che trovo più bello nella poesia è che il poeta non permette al sogno di rimanere intatto. Il sogno, per quanto possa espandersi, porta dentro di sé il germe della propria dissoluzione. Ed ecco allora il ritorno:

«Poi il sogno tornò rapidamente alla sua antica tomba!»

Come se il sogno non fosse riuscito a liberarsi dal proprio passato. Tornò nei luoghi antichi, in ciò che si era accumulato nella memoria, in quella parte che la luce non era riuscita a cancellare.

Persino l’immagine della tomba che appare alla fine del brano capovolge l’intera scena. Dopo il sole, le stelle e i mari, ci ritroviamo davanti alla morte. Dopo l’ampiezza dell’universo, lo spazio si restringe improvvisamente fino a diventare una tomba. Come se la poesia si muovesse lungo un ampio arco che parte dall’universo e termina nell’essere umano e nel suo destino.

Quanto al linguaggio, è un linguaggio che si affida all’immagine più che alla narrazione diretta. Il poeta non ci dice: sono triste, ho perso, sogno un mondo migliore; ci fa vedere la sua tristezza attraverso il sole, le meteore, le stelle, le galassie, i mari, il tramonto, la tomba e la farfalla. Ed è questo a conferire al testo la sua dimensione contemplativa.

Ciò che più mi ha colpita è la comparsa della farfalla verso la fine. La farfalla, per sua natura, è simbolo di trasformazione, leggerezza e rinascita, ma qui appare in un contesto appesantito dalla morte e dalla memoria. Per questo sembra l’ultimo tentativo della bellezza di rimanere viva in un mondo che ha iniziato a sgretolarsi.

In un’altra poesia, intitolata «Una semplice icona», durante la lettura ho avuto la sensazione che il poeta non considerasse l’«icona» come una semplice immagine su uno schermo, ma le conferisse una nuova vita all’interno della memoria. Lo stesso titolo racchiude una significativa contraddizione: la parola «semplice» suggerisce una riduzione, quasi una minimizzazione, mentre «icona» porta con sé una presenza, un simbolo, un segno capace di aprire dietro di sé un intero mondo.

Da qui nasce la domanda: come può essere soltanto un’icona, quando nella coscienza del poeta diventa memoria, presenza e un’inquietudine che non trova pace?

Fin dall’inizio, il poeta entra in un mondo nel quale l’immagine elettronica si intreccia con l’esperienza umana. L’icona non rimane un’immagine immobile, ma si trasforma in una presenza che richiama i sentimenti e risveglia la memoria. È qui che la tecnologia comincia a superare il proprio significato diretto per diventare un altro linguaggio dell’amore, della nostalgia e dell’assenza.

E, leggendo questo testo, non posso ignorare la formazione professionale del poeta. Il suo retroterra scientifico sembra aver lasciato una traccia nel modo in cui si forma la sua immagine poetica. La mente abituata alla precisione, ai sistemi, all’energia e alla trasformazione entra nella poesia non per proporre un discorso scientifico, ma per offrire all’immaginazione strumenti nuovi.

Forse la cosa più bella della sua esperienza è che egli non pone la scienza in opposizione alla poesia, ma fa incontrare entrambe all’interno dell’immagine. Così il concetto scientifico o tecnologico si trasforma in emozione, e il linguaggio appartenente al mondo della macchina diventa un linguaggio che parla al cuore e alla memoria.

Per questo nella poesia si susseguono termini appartenenti al mondo della tecnologia e dell’informatica: il file digitale, la password, l’installazione, la tastiera, il processore, i sistemi operativi. Ma il poeta non li utilizza in modo freddamente tecnico; li ricarica di sentimento, fino a fare del computer stesso una metafora dell’essere umano.

Quando dice:

«In un remoto file digitale l’ho conservata»

il «file» non è più soltanto un luogo nel quale conservare un’immagine, ma diventa un deposito della memoria; un luogo nel quale il poeta cerca di preservare una presenza che teme di perdere.

Poi arriva l’espressione:

«Ma io… ho dimenticato la sua password!»

Ed è qui che la tecnologia diventa una delle metafore più belle della poesia. Il ricordo esiste, l’immagine esiste, il file esiste, ma il poeta ha perso la chiave per accedervi. La «password» diventa simbolo della distanza che il tempo ha creato tra l’essere umano e il proprio passato. Non tutto ciò che conserviamo siamo in grado di recuperarlo, e non tutto ciò che rimane nella memoria è accessibile quando lo desideriamo.

Poi il poeta si spinge ancora oltre in questo gioco poetico quando evoca:

«Il processore dei miei ricordi»

«I miei sistemi operativi»

Qui la sovrapposizione tra scienza e poesia raggiunge il suo culmine. Il processore non è più un componente tecnico di un dispositivo, ma diventa la mente che custodisce i ricordi; i sistemi operativi non sono più programmi elettronici, ma diventano metafora della vita interiore del poeta.

E quando dice:

«Ho rubato un lampo dal processore dei miei ricordi

e ho bloccato il funzionamento di tutti i miei sistemi operativi!»

l’altra presenza non è più soltanto un’immagine conservata, ma diventa una forza capace di sconvolgere l’intero sistema interiore dell’io. L’amore è simile a un guasto bellissimo che il poeta non riesce a riparare: entra nella memoria, la riordina e poi lascia colui che lo vive incapace di tornare alla propria condizione originaria.

È proprio qui che emerge la capacità del poeta di trasformare il termine tecnico in immagine emotiva. Egli non prende in prestito il linguaggio del computer semplicemente per ricercare stranezza o innovazione, ma lo rende parte della costruzione psicologica della poesia: il file è il passato, la password è la chiave d’accesso, il processore è la mente e i sistemi operativi sono lo stato interiore dell’essere umano.

Questo uso della tecnologia acquista un significato ancora maggiore se lo collochiamo nel contesto della formazione scientifica del poeta. Ciò non significa che dobbiamo interpretare ogni immagine della poesia in chiave scientifica; tuttavia, la sua formazione scientifica ci offre una chiave per comprendere la sua inclinazione verso i termini dell’energia, dei sistemi, della trasformazione e della precisione.

Egli prende ciò che conosce dal mondo della scienza e gli permette di passare nel mondo della poesia attraverso una forma diversa; così la scienza diventa parte della sua immaginazione e non l’argomento diretto della sua poesia.

È significativo anche che il poeta non permetta alla tecnologia di uccidere la bellezza dell’immagine. In mezzo ai termini moderni rimane infatti un ampio spazio per l’immaginazione, la figura poetica e la sensibilità umana. Come se il poeta volesse dirci che l’essere umano, per quanto sviluppi i propri strumenti, rimane impotente davanti ad alcuni ricordi e ad alcuni sentimenti. La macchina può conservare l’immagine, ma non può conservare l’emozione che si trovava dietro di essa.

Da qui il titolo della poesia acquista una profondità maggiore: «Una semplice icona».

È «semplice» icona soltanto in apparenza, ma non è affatto una cosa semplice nella coscienza del poeta. Dietro di essa c’è una memoria, dietro la memoria c’è una relazione e dentro quella relazione c’è un mondo di sentimenti. Per questo l’icona si trasforma da piccola immagine su uno schermo in una finestra attraverso la quale l’io guarda il proprio passato.

Sento che la bellezza della poesia risiede precisamente in questa contraddizione: un linguaggio profondamente moderno porta con sé sentimenti antichissimi. L’amore, la nostalgia e l’assenza sono sentimenti conosciuti dall’essere umano da sempre, ma il poeta concede loro il linguaggio del proprio tempo: il linguaggio dello schermo, del file, del processore, della password e dei sistemi operativi.

In questo modo, la tecnologia in «Una semplice icona» non diventa un semplice ornamento linguistico, ma un nuovo mezzo poetico per esprimere l’essere umano. E il poeta, con la sua formazione scientifica e culturale, riesce a riunire due mondi che potrebbero apparire lontani: il mondo delle equazioni, dei sistemi e dell’energia e quello del cuore, della memoria e dell’amore.

Forse ciò che la poesia lascia di più bello nell’animo è proprio questo: l’essere umano può conservare l’immagine di chi ama in un file, proteggerla con una password e archiviarla in un dispositivo, ma non può controllare ciò che quell’immagine fa quando si risveglia dentro di lui.

E qui «Una semplice icona» non è più soltanto una poesia su un’immagine elettronica, ma diventa una poesia sulla memoria quando si trasforma in un sistema che non siamo in grado di arrestare, e sull’amore quando penetra nelle profondità dell’essere umano e riavvia tutto ciò che credeva di aver spento.

In queste due poesie, «Il sogno di un nuovo sole» e «Una semplice icona», mi è apparso evidente che «Una manciata di atomi rosa» è una raccolta che non si arrende a un’unica lettura. Ogni poesia apre una nuova porta verso un mondo nel quale la conoscenza si intreccia con l’immaginazione, la scienza con il sentimento, la luce con l’assenza.

Nella prima, il sogno si trasforma nella ricerca di una nuova luce, ma porta dentro di sé anche il significato della combustione e della perdita; nella seconda, i termini della tecnologia si trasformano in un linguaggio della memoria, dell’amore e della nostalgia.

Tra le due emerge con chiarezza quella bella fusione tra la formazione scientifica del poeta e la sua sensibilità poetica: la scienza non compare nei suoi testi separata dalla poesia, ma si trasforma in immagine, metafora e sentimento.

Ciò che ho letto qui non è che l’inizio di questo viaggio; le altre poesie custodiscono ancora le loro domande, le loro immagini e i loro strati di significato, che meritano di essere esplorati. E forse la cosa più bella che questa raccolta ci lascia è che alcune poesie non finiscono quando arriviamo all’ultimo verso, ma cominciano proprio da lì… dentro il lettore

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