SENZA TITOLO, SENZA CURA: QUANDO LA POESIA PERDE IL SUO NOME
di Francesca Gallello Gabriel Italo Nel Gòmez
Ho deciso di scrivere questo articolo dopo aver ricevuto, per l’ennesima volta, libri da recensire e poesie inviate sia a me personalmente, per ricevere una critica letteraria e stilistica, sia per essere eventualmente pubblicate nelle rubriche letterarie di SATURNO magazine (saturnomagazine.com). E ogni volta mi ritrovo davanti allo stesso problema: testi privi di titoli, poesie anonime, senza nome, senza volto.
Lo dico con fermezza: non accetto questo genere di lavori, e non mi si venga a dire che si tratta di una “scelta di stile”. Se mi inviti a prendere un caffè a casa tua, devi darmi l’indirizzo dove venire, altrimenti non è un vero invito. Così è per la poesia: se mi invii un componimento, devi dargli un titolo. Altrimenti, come lo identifico nel libro? Dovrei forse dire “la poesia di pagina X”? E come la nomino in una critica letteraria? Come la cito, come la discuto, come la riconosco?
Per me, queste non sono poesie. E lo affermo senza timore di essere corretta, perché è un mio pensiero, maturato in oltre cinquant’anni di scrittura. Ho pubblicato il mio primo libro all’età di nove anni, e credo che un minimo di conoscenza in questo campo, tra studio, letture, ricerca, riflessione e dedizione, io possa averlo acquisito. E la conoscenza, lasciatemelo dire, non è data da un titolo accademico, ma da un percorso fatto di impegno, ascolto, costruzione e passione. Un titolo accademico può aprire una porta, ma non ti insegna a scrivere.
Il titolo di una poesia non è un ornamento. È un indirizzo, un nome, una chiave. Serve al lettore per orientarsi, per ricordare, per citare. È ciò che permette alla poesia di esistere anche fuori dal libro, di essere evocata, discussa, condivisa. Senza titolo, ogni componimento diventa un frammento anonimo, difficile da ritrovare, impossibile da nominare. È come invitare qualcuno in casa e non fornire l’indirizzo.
Alcuni autori giustificano (per salvarsi) l’assenza di titoli come scelta stilistica. Ma il vero stile nasce da una visione consapevole, non da una scorciatoia. Quando questa assenza non è sostenuta da una struttura coerente, come una numerazione chiara, un indice tematico, o una dichiarazione d’intenti, non è stile: è sciatteria. È il segno di un lavoro non rifinito, non pensato per il lettore, ma solo per l’ego dell’autore.
L’editore ha il compito di curare, non solo di stampare. Deve accompagnare l’autore, guidarlo, correggerlo quando necessario. Pubblicare una raccolta di poesie senza titoli, senza struttura, senza rispetto per il lettore, è una mancanza grave di professionalità. È come vendere un libro senza copertina, o un romanzo senza capitoli. Il lettore merita rispetto, e il libro merita cura.
Chi si definisce “poeta” dovrebbe conoscere il peso delle parole, e il valore della forma. Scrivere è un atto di responsabilità. Pubblicare senza titoli, senza ordine, senza pensiero, è un atto di superficialità. E chi lo fa, senza vergogna, si appropria di un titolo, “autore”, che dovrebbe essere guadagnato con studio, dedizione e rispetto per il lettore.
Il titolo in una poesia non è solo un’etichetta. È un’anticipazione, una soglia che il lettore attraversa per entrare nel mondo del testo. È come la copertina di un libro: dice tanto, e spesso dice tutto. Può suggerire il tono, il tema, l’emozione. Può incuriosire, commuovere, provocare. Ma soprattutto, può orientare.
Negare alla poesia un titolo significa privarla della sua prima parola. E privare il lettore del suo primo passo. È come scrivere una lettera senza destinatario, o aprire una porta senza sapere dove conduce.
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