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Saturno Magazine, Articolo: MENDA VRETO

MENDA VRETO

 

 

Menda Vreto è un’autrice di origine albanese e bisnipote dello scrittore Jani Vreto. Scrive articoli per riviste

italo-albanesi online e ha pubblicato i suoi libri in Italia. La sua prima intervista è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista cartacea Marie Claire. Attualmente sta lavorando al suo terzo libro.

Tra le sue opere principali: “I muri non parlano. Vita e pensieri di una badante” e “Addio silenzio. Il coraggio di spezzare le catene”. La sua scrittura, chiara e diretta, dà voce a esperienze spesso trascurate e riflette su temi sociali e umani profondi.

 

NEL BUIO CHE INSEGNA LA LUCE

 

Menda Vreto

 

Le parole che scriviamo sono un’arma potente. Possono ferire o curare, illuminare o distruggere. Ogni parola pesa, per chi la scrive e per chi la legge, per chi cammina con quei consigli scritti nei libri, per chi li custodisce nel cuore. Scrivere è bello, ma bisogna farlo con responsabilità, perché ogni parola lascia un segno. A volte, leggendo le meravigliose parole scritte dagli altri, ci sentiamo piccoli, impotenti. Ci chiediamo: E io cosa posso scrivere? Ma le parole non finiscono

mai. Ogni passo, ogni incontro, ogni storia vissuta è un seme per scrivere.

Io oggi scrivo una piccola storia che mi è stata raccontata per strada, e così nascono le parole: da ciò che si vede, da ciò che si ascolta, da ciò che si sente nel cuore.

Ho incontrato una donna, Sofia, che portava i suoi bellissimi figli a scuola. Mentre camminavamo insieme, le dissi:

- Hai bellissimi figli - dissi - educati e intelligenti.

Lei sorrise, ma c’era un peso nei suoi occhi, un passato che non poteva cancellare.

- Grazie… -disse piano - sì, questi figli sono molto benvenuti nella

 

nostra famiglia. Vuoi che ti racconti la mia storia?

- Sempre, se ti va, le risposi.

- Come no, disse Sofia.  La mia storia è lunga, ma ogni volta che la racconto, sento di riviverla.

- Eravamo due sorelle, iniziò, cresciute in una piccola città di mare. Quando pioveva, giocavamo nel fango; quando c’era il sole, correvamo sulla spiaggia, costruivamo castelli di sabbia. Ridevamo fino a che i vestiti erano zuppi. Eravamo felici. Grazie a Dio a casa mia non mancava nulla. I nostri genitori hanno fatto tutto per non farci soffrire.

Crescendo, andavamo in discoteca,

 

ma alle undici dovevamo essere a casa. Era meglio così. Oggi, i ragazzi non rispettano più le regole. La tecnologia ha rubato l’infanzia, la voglia di leggere, il desiderio di conquistare le cose con fatica.

Un giorno eravamo quattro ragazzi: due femmine e due maschi. Stavamo per andare in discoteca. Davanti a noi, una macchina sbucò improvvisamente. La strada era stretta, senza uscita. La nostra macchina venne travolta. Non ricordo più nulla. Dopo ho saputo che eravamo tutti salvati, ma feriti gravemente. Io invece sono finita in coma per cinquanta giorni. Vivevo… ma ero morta dentro.

Durante il coma, il buio era totale. Il buio nella stanza, nella mente, nella memoria. Eppure, sentivo tutto. Le lacrime dei miei genitori, le preghiere, le voci che speravano e pregavano.

-Mia madre mi teneva vicino, raccontava Sofia, e ripeteva continuamente: “Sofia… figlia mia… resta con me… non andare via… non mi lasciare… resisti, ti prego…”

- Mio padre piangeva, e diceva: “Dio mio, ridammi mia figlia… prenditi tutto, ma non lei…”

Dentro di me, la mente oscillava tra due mondi: uno voleva arrendersi, cedere al buio, abbandonare tutto; l’altro si aggrappava a quel filo

invisibile di speranza.

Perché sono qui? Che senso ha tutto questo dolore? E se non torno più? pensavo, mentre il corpo giaceva immobile.

Poi accadde il miracolo: un piccolo movimento della mano.

- Mia madre gridò: “Figlia mia… mia figlia muove la mano!”

- Mio padre urlava: “Grazie Dio… mia figlia sta tornando!”

La luce entrò dalla finestra e penetrò il buio e la paura. Giorno dopo giorno, ho iniziato a percepire ogni parola, ogni gesto, ogni sussurro dei miei genitori.

- “Resta con noi… anche solo un momento… ti amiamo” — continuava

a ripetere mia madre.

Ogni gesto, ogni parola era un filo invisibile che mi legava alla vita.

Nei giorni successivi, il corpo era fragile, pieno di dolore, ma la mente iniziava a ritrovare sé stessa. Ogni piccolo movimento era una conquista. Ogni parola pronunciata una vittoria contro la morte. Ogni gesto dei miei genitori era un mattone per ricostruire la mia vita.

Dopo mesi di riabilitazione, il corpo rispondeva lentamente: camminare, parlare, mangiare, respirare… ogni passo era una piccola vittoria. Ma intorno a me, la gente parlava. Voci invidiose, malelingue della città dicevano:

- “Lei non farà figli, il suo corpo è distrutto.”

Eppure, Sofia oggi ha tre figli meravigliosi, e ogni mattina li porta a scuola con un sorriso pieno di gratitudine. Ogni parola della gente che giudica non può spegnere l’amore, la vita e la forza interiore che nasce dalle cicatrici.

- Guardare i miei figli, disse Sofia, mi ricorda che tutto il dolore non è stato vano. Che la vita, anche quando ti spezza, può tornare più bella, più forte, più vera.

La vita può spezzarti, sommergerti nel buio, farti dubitare di te stessa. Ma dentro ciascuno di noi c’è una scintilla, un filo invisibile di speranza

 

che ci lega alla vita, agli affetti, al futuro. Le cadute non sono la fine: sono la preparazione per rialzarsi più forti, più saggi, più compassionevoli. Non giudicare, non disperare. Anche dopo la notte più lunga, dopo il dolore più profondo, dopo le voci che dubitano di te, la vita può sorprendere. Rialzati, cammina, ama, sogna. Le cicatrici raccontano la tua storia, le tue vittorie.

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