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Saturno Magazine, Articolo: IL BUE - RACCONTO DI ABDUL MANNAN SARKAR

IL BUE - RACCONTO DI ABDUL MANNAN SARKAR

 

IL BUE

di Abdul Mannan Sarkar 

Traduzione in italiano a cura della redazione di SATURNO magazine

Story of Abdul Mannan Sarkar, edited by Nurul Hoque

 

 

Avendo superato la soglia dei quarant’anni, Rajab Ali non riesce a pensare a sé stesso come a qualcosa di diverso da un bue. L’animale che pascola davanti a lui, con la testa china, gli somiglia, e Rajab Ali capisce che questa somiglianza è innata. Fissa il bue con occhi placidi, bovini, colmi di pietà e di una tenerezza sorprendente. L’animale sopravvive solo con erba e acqua; il proprietario terriero gli ha messo il giogo sulle spalle molto tempo fa, e non glielo toglierà fino alla morte. Gli occhi bianchi e tranquilli di Rajab diventano lentamente rossi.

«Bastardo, non riesci nemmeno a sradicare il palo a cui sei legato? Non hai forza nel corpo?»

Ora Rajab Ali sfoga la sua rabbia sul bue.

Il bue pascola, perso nel suo mondo. Testa china, due occhi placidi e indifferenti, grandi globi bianchi completamente privi di pensiero. L’erba rimasta, calpestata dagli zoccoli delle vacche; sa che quello è il poco che gli spetta, e niente di più. Non ha il diritto di allungarsi per mangiare l’erba fresca e tenera.

Il pensiero di essere anche lui privato, proprio come quel bue, accende un dolore bruciante nel petto di Rajab. Aspira profondamente dalla hookah, espira fumo in flussi gorgoglianti dal naso e dalla bocca, e si perde nel regno del fumo. L’amarezza della sua mente si raccoglie sulle labbra, e posa la hookah con un tonfo.

Guarda di nuovo il bue con occhi furiosi.

«Disgraziato, hai solo questo corpo!»

Rajab Ali guarda il bue una volta, e il momento dopo guarda il proprio corpo; il suo corpo è abbastanza robusto, ma non ne trae orgoglio, pensando che è proprio grazie a quel corpo che riesce a ottenere due pasti e dei vestiti. «Il proprietario ti nutre proprio per questo corpo, capisci.» Lo dice ad alta voce, come se il bue potesse sentirlo. Rajab esce dalla stalla, guarda davanti a sé per un momento, poi distoglie lo sguardo. Davanti ai suoi occhi ci sono i campi verdi di khesari e ceci. I fiori del cece sono blu, simili agli ornamenti da naso delle donne. Api e vespe ronzano tutt’intorno.

Queste api raccolgono miele goccia a goccia, lo conservano nell’alveare, e poi un giorno l’uomo lo rompe e se lo porta via tutto. Anche lui ha rotto alveari molte volte. A Rajab piacciono le api con le loro ali dorate. Come lavorano! Anche Rajab lavora con la testa bassa. Non protesta mai contro nulla, non sa protestare; la sua vita, come quella del bue, è priva di ribellione, priva di protesta. Perché? La risposta a questo “perché” forse ha reso Rajab muto.

Eppure, rimane stupito quando pensa a sua madre, “Thoshi”. La vecchia donna non sente bene, o sente molto poco, per questo la chiamano “Thoshi”. Ha perso un occhio, la schiena è curva da molti anni, cammina piegata. I bambini hanno paura di lei perché è brutta. Le madri spaventano i figli con storie su “Thoshi” prima di farli addormentare. Eppure, anche a questa età, la vecchia non mostra alcuna mancanza nel lavoro. Con il suo corpo emaciato e piegato, lavora instancabilmente senza stancarsi. Gestisce da sola la casa del proprietario terriero, fa tutto, bollire il riso, asciugarlo. Thoshi è una donna dal carattere ostinato. Se Rajab Ali dice mai a sua madre: «Che bisogno hai di lavorare? Non posso forse provvedere io al tuo cibo e ai tuoi vestiti?», la vecchia si infuria e dice: «Figlio di…! Dovrei mangiare da te? Non ho forse ancora forza nel mio corpo?»

Non è che la vecchia lavori solo per sé; tutte le sue preoccupazioni sono per suo figlio Rajab. Vuole sempre tenerlo d’occhio. Altrimenti non trova pace. Ovunque Rajab lavori per un proprietario terriero, Thoshi andrà a lavorare lì. La vecchia non pensa mai alla propria fatica, ma se sente che il figlio viene sfruttato un po’ troppo, corre nei campi. Diventa terribilmente ribelle. Se percepisce che il figlio viene spinto fino allo sfinimento, scatena un putiferio nel vicinato, urlando e gesticolando furiosamente davanti al padrone. Una volta arrivò persino a inseguire il proprietario con un falcetto. Eppure, pur essendo figlio di una donna così, Rajab non ha mai imparato a protestare. La vecchia prova un rimpianto infinito per questo.

Perché mio figlio deve sopportare in silenzio ogni lavoro, perché non protesta mai? Il sangue ardente di suo padre scorre sicuramente nelle sue vene, è rimasta almeno una traccia del mio? La vecchia si lamenta, battendosi la fronte dalla disperazione. Eppure, Rajab non ha mai trovato il coraggio di alzare la voce davanti al padrone. La vecchia conosce fin troppo bene i propri diritti. Lavorerà, sì, ma solo dopo aver ottenuto ogni briciola del suo giusto compenso.

Durante i giorni di digiuno del Ramadan, la vecchia non romperà mai il digiuno nella casa del padrone. Teme di essere obbligata a condividere il merito del suo digiuno. Così corre al fiume, beve acqua lì, e solo dopo torna a prendere il pasto nella casa del padrone. Pensando a sua madre, Rajab sorride tra sé.

Il vitellino di Antora è bellissimo. È nato solo pochi giorni fa. Macchiato di bianco e nero, con occhi lunghi e languidi, ancora più belli, profondi, teneri, che fanno venire voglia di accarezzarlo. Essendo un maschio, è irrequieto, sempre in movimento. Ora sta in mezzo al campo. Forse stanco di correre, si sta riposando un momento. Guardando il vitellino, Rajab Ali tira un lungo sospiro. Anche lui aveva avuto un’infanzia così. No, nulla di quei giorni liberi e spensierati gli ritorna alla mente. La casa dei nonni materni, il loro affetto… niente gli è rimasto. Ha solo sentito dire che i genitori di sua madre vivevano molto lontano. Le poche memorie d’infanzia che riaffiorano sono queste: tenendo la mano di suo padre, andava a pescare nelle paludi; e un paio di volte aveva visitato fiere o mercati.

Fu proprio in quell’infanzia che suo padre lo mise a lavorare come mandriano nella casa del padrone, solo per riempirgli la pancia. Il padre tirò un sospiro di sollievo, non avrebbe più dovuto preoccuparsi del prossimo pasto del figlio.

Il vitellino sta succhiando dal capezzolo della madre. Il mandriano Abul grida: «Ehi, Kaka! Il vitello sta bevendo dal seno di Antora! Perché non dici niente?»

«Lascialo bere», risponde Rajab con voce indifferente. Quando Abul prova a parlare di nuovo, Rajab sbotta: «Un vitello non dovrebbe bere il latte di sua madre? Non hai bevuto anche tu da tua madre?»

Abul rimane sbalordito dalle parole di Rajab. Non ha mai sentito un ragionamento simile, e non sapendo cosa rispondere, tace.

Le mucche pascolano tranquille, disturbate solo dalle zanzare e dalle mosche. Legate ai loro pali, pascolano entro i cerchi assegnati, senza che nessuna tenti di sradicare il palo o allungarsi per l’erba. Se una delle giovenche ci prova, Abul la colpisce con la frusta. Le mucche mangiano l’erba spessa e rigogliosa del khesari e del kalai con un’aria quasi festosa. Nell’aria c’è un freddo invernale, anche se il vero inverno non è ancora arrivato.

Il vitellino di Antora si è di nuovo fermato in mezzo al campo. Non ha ancora imparato a pascolare, ma annusa le punte dell’erba che ondeggiano, cercando di mordicchiare qualche filo. All’improvviso, il vitellino salta sulle quattro zampe e corre avanti come una freccia. Ancora instabile a quella velocità, inciampa di tanto in tanto, rotolando a terra. Pochi istanti dopo, si rialza e ricomincia a correre. Ora resta immobile, qualcosa ha attirato la sua attenzione. Insegue le mynah e gli aironi che cercano cibo nel campo. Rajab tira dalla hookah e ride, divertito dalle sue buffe corse.

Rajab ricorda, da bambino anche lui inseguiva libellule e farfalle così. Per un attimo, ritorna a quei giorni belli e lontani. Il vitellino torna indietro e dà una spinta al seno della madre, non per fame, ma per giocare.

Rajab riflette sulla propria vita: no, come può qualcuno ricordare davvero cose di un’età così tenera? Sua moglie Amiron tiene in braccio il loro piccolo Rafi, di un anno. Quante volte il bambino fa i capricci, le scosta il sari, rifiuta di succhiare, ma le batte il petto con entrambe le mani. Confusa e imbarazzata, Amiron a volte gli dà uno schiaffetto sulla bocca. Poi scoppia un feroce litigio tra marito e moglie. Altre volte, Amiron non vuole allattare, ma preme comunque il viso del bambino contro il seno.

«Un figlio non è da meno: appena sente il sapore del latte, scoppia a ridere di gioia.»

In questo momento, Rajab si sente ancora più affezionato al vitellino. Un pensiero gli attraversa la mente — non sono forse tutti i bambini del mondo uguali?

Il vitellino ricomincia a saltare nell’erba.

Abul dice irritato: «Ehi, Kaka, perché non leghi il vitello? Che ne dici?» «Perché sei così arrabbiato, Abul?» risponde Rajab, poi si rivolge al vitellino: «Vai, salta finché puoi. Quanti giorni durerà questo gioco? Presto una corda ti circonderà il collo, e una museruola ti coprirà la bocca.»

Essendo un maschio, il suo spirito è più selvaggio. Forse il suo stesso sangue gli dice che è nato toro. Una vitalità feroce e pulsante lo tiene in uno stato di ebbrezza. «Kaka, sta rovinando l’erba, te lo dico, legalo!» La voce di Abul è carica di fastidio. Il cuore di Rajab non accetta di legare un vitellino così giovane. «Che ti prende, Abul? Sono solo due giorni che è arrivato, lascialo imparare il posto, lascia che conosca il suo mondo.»

Abul non dà peso alle parole enigmatiche di Rajab. Dice: «Se Sarkar Chacha vede l’erba rovinata, andrà su tutte le furie, e quella rabbia cadrà su di me, non su di te.»

Forse solo per dispetto verso Abul, Rajab va a riprendere il vitellino. Il piccolo, irrequieto nella presa di Rajab, si dimena. Ma invece di rimproverarlo, Rajab lo accarezza con dolcezza. Gli passa la mano sulla testa e mormora: «Com’è morbida la tua pelle… così bella. Ma questa morbidezza non durerà. Adesso bevi il latte di tua madre, tra pochi giorni, anche quello ti sarà negato. Dovrai pascolare l’erba, e subito dopo una corda ti sarà messa al collo, una museruola sulla bocca così non potrai più raggiungere il capezzolo. Sai perché?»

Rajab sfiora il viso del vitellino con il proprio, sente l’odore del latte fresco. Il vitellino lo guarda con occhi grandi e stupiti. Per istinto animale, percepisce l’affetto sincero di Rajab. Come se rispondesse a quello sguardo, Rajab continua: «Dovrai portare la museruola, diventare muto, perdere ogni diritto al latte. Questo devi accettarlo, capisci? Devi accettarlo. Obbedirai alla legge, ma non capirai mai davvero chi l’ha fatta. Eppure dovrai seguire le leggi degli uomini, le leggi create dagli uomini furbi.»

Quando va per mettere una corda al collo del vitellino, Rajab esita. Può una creatura così giovane sopportare una corda? Potrebbe stringersi e soffocarlo. Così mette da parte la corda e intreccia un laccio d’erba. Abul tiene fermo il vitellino. Rajab gli infila il cappio d’erba al collo, sembra quasi un ornamento. Ma non è un ornamento; è un vincolo. E lui stesso non è forse vincolato? È davvero libero? Il pensiero scuote Rajab. Riprende a parlare al vitellino.

«Sì, leggi fatte dagli uomini… anche tu devi obbedirle. Solo perché sei indifeso non significa che sei fuori dalla legge. E nessuno lo è, nemmeno io, legato come sono alla casa del padrone.»

«Che gli dici a quel vitello, Kaka? Tu che quasi non parli mai.» Abul lo dice sorpreso. È vero, Rajab parla pochissimo. Dice solo lo stretto necessario, spesso risolvendo tutto con cenni e monosillabi. Molti si irritano per il suo silenzio. «Ti fa male la bocca a parlare, Rajab?» Se qualcuno scherza così, Rajab lo guarda appena, poi abbassa gli occhi e torna al lavoro. Chi cercherebbe conversazione con un uomo così? Nessuno. Ma a volte, le parole afferrano Rajab, e allora parla apertamente, liberamente… Parla con mucche e vitelli, con il cielo, persino con la propria ombra. E se qualcuno chiama pazzo un uomo che parla con la sua ombra, gli si può davvero dare torto?

«Per tutta la vita ho camminato dietro ai buoi, come dovresti chiamarmi allora?» Chacha Shaber lo disse una volta scherzando, ma nelle sue parole c’era amarezza. Dalla sua stessa vita, Rajab ha capito cosa intendesse Shaber Chacha. Devi diventare un bue. Devi diventare un bue.

«Un giorno crescerai anche tu. La gente ti trasformerà in un bue, ti farà diventare un animale castrato, ti taglierà i due testicoli. Sai perché? No, come potresti saperlo? Come potresti capire l’astuzia degli uomini? Guarda come sei ora, un piccolo vitello randagio. Un giorno diventeresti un toro, ma questo non ti sarà permesso. Un toro è pericoloso. Non obbediresti alle regole; cammineresti a testa alta. Non potresti essere legato. Mostreresti la tua forza. Ma una volta che ti faranno diventare un bue, quella forza sparirà. Allora terrai la testa bassa, mangerai erba, obbedirai agli ordini. Un toro non può essere aggiogato, ma un bue sì. E il vero pericolo, quello non lo capirai mai. Il tuo corpo non brucerà mai di quel fuoco, non genererai mai un vitello come te. Gli uomini sono terribilmente ingannevoli.»

Le parole di Rajab sembrano non finire mai. Solleva il muso del vitellino. Cosa vede in quegli occhi grandi, scuri, espressivi? Il vitellino lo guarda come un bambino innocente, come se capisse davvero la sua lingua. I suoi occhi sembrano umidi, e anche Rajab si asciuga i propri, pieni di lacrime, con il dorso della mano.

«Che gli dici così tanto a quel vitello, zio?» Le parole di Abul non raggiungono Rajab. Come un uomo in delirio, continua a mormorare. «Ho visto mio zio Saber; aveva un affetto strano e profondo per i buoi. La gente lo prendeva in giro, ma zio Saber non si arrabbiava mai. Perché? Un’anima indifesa non proverebbe compassione per un’altra anima indifesa? Ecco perché non permetterò mai che ti trasformino in un animale da fatica. Mi capisci? Ma come potresti?»

«Non sei fatto per capire. L’Onnipotente non ti ha dato la capacità di comprendere il linguaggio umano. Perché non te l’ha data? Perché devi servire come loro schiavo. Se capissi, forse ti rifiuteresti. Gli uomini sono terribilmente malvagi. Vogliono solo mettere una corda al collo di tutti. È vero che io non ho una corda visibile al collo come te, ma la corda c’è; è solo invisibile. Mio padre e mio nonno hanno vissuto nella servitù, mia madre pure, io anche, e mio figlio lo farà. Togliersi questo cappio non è facile. Ho un voto, no? Ma posso votare da solo? No, non posso. Devo votare secondo la parola del padrone, l’ordine del capo villaggio. Devo votare per il loro simbolo. Io non ho un simbolo mio.»

Rajab vorrebbe versare fuori ancora molto. È come se confidarsi con questo ascoltatore muto fosse la sua unica salvezza. Non ricorda nemmeno quando entrò per la prima volta nella casa del padrone. Badava al bestiame, portava i pasti ai braccianti nei campi, correva per mille commissioni per le donne della casa. Dopo una giornata intera di lavoro, si sedeva nel cortile a mangiare,  spesso solo riso vecchio e acquoso. I giorni più belli della sua vita li ha passati nei pascoli; quando l’erba cresceva alta e le mandrie si radunavano, restava con le mucche, dormendo accoccolato nella capanna. Di notte, dopo il lavoro, ascoltava la lettura di antichi manoscritti o i versi dei cantastorie erranti. Il flauto lo chiamava allora; sognava segretamente di suonarlo quando fosse cresciuto. Non lo suonò mai, eppure i giorni della sua infanzia e giovinezza ora gli sembrano un sogno lontano. Si sposò molto tardi; senza terra né ricchezze, chi gli avrebbe dato volentieri una sposa? In quegli anni turbolenti della giovinezza, quanto tempo riuscì davvero a passare con sua moglie? Dopo aver finito i lavori nella casa del padrone e mangiato, partiva a notte fonda, per poi tornare prima dell’alba a trebbiare il riso.

«Non ho avuto un solo giorno nella mia vita per vivere secondo la mia volontà», sospira Rajab dicendo questo, guardando verso i buoi. Le creature innocenti pascolano con indifferenza stoica. Rajab le fissa con improvvisa, feroce rabbia. Forse è la sua stessa impotenza profonda a nutrire quella furia.

«No, non ti lascerò diventare un bue; non permetterò mai che ti trasformino in un animale da fatica.»

Mentre il volto sorridente di suo figlio gli appare davanti agli occhi, Rajab vorrebbe urlare con tutta la forza che ha.

La mascella gli si stringe, eppure i suoi pugni serrati tremano violentemente. Può davvero cambiare il destino di suo figlio? Anche suo figlio sarà solo un corpo di carne e sangue — un essere fisico il cui unico bene è il corpo. Esattamente ciò che lui ha ereditato da suo padre. Rajab scuote la testa con forza: no, non ti farò diventare un bue. Questo sembra essere il primo atto di ribellione di Rajab. E il vitellino, soffocato da quell’affetto travolgente, emette lunghi, prolungati muggiti, ancora e ancora.

Qualche mese dopo, il vitellino era diventato piuttosto robusto. Da tempo il proprietario terriero, Afsar Sarker, insisteva con Rajab: «Ehi, Rajab, il vitello deve essere castrato. Niente più ritardi, avvisa Tarak il macellaio.» Rajab faceva finta di non sentire e rimaneva in silenzio. Oppure, quando l’argomento veniva fuori, si allontanava dalla presenza del padrone. Un giorno, quando la richiesta gli fu rivolta direttamente, Rajab trovò un po’ di coraggio e rispose: «No, zio, non c’è bisogno di farlo diventare un bue. Non ci serve forse un toro per la mandria?»

Mentre cercava di aggiungere altro, Rajab fu interrotto dalle urla di Sarker. «Fai come ti dico. Avvisa Tarak entro un paio di giorni.» Rajab non ebbe più il coraggio di ribattere al padrone. Con una rabbia che gli ribolliva dentro, spezzò un bastone di bambù in due. Come un folle, colpì il vitellino. Nei giorni successivi, Rajab evitò il piccolo, come se fuggire da sé stesso fosse l’unico modo per sopravvivere.

Una settimana dopo, Tarak arrivò. Portò con sé lame e strumenti, pronto a trasformare il vitellino in un bue. Lo buttarono a terra e lo immobilizzarono con forza. Tarak infilò la mano e gli tagliò i testicoli. Poi strofinò cenere sulla ferita. Il vitellino rimase a lungo disteso, inerte e senza vita, gemendo, con la bava che gli colava dalla bocca. Molto più tardi, si rialzò barcollando sulle zampe tremanti. Debole e sfinito, sembrava che le quattro zampe non potessero reggere il peso del suo corpo.

Tremava senza controllo. Guardava le persone con due occhi pieni di pietà e impotenza. Due occhi muti che sembravano deridere il mondo.

Osservando tutto da lontano, Rajab vide le gambe deboli e stanche del vitellino e ne rimase sconvolto. Allo stesso modo, anche lui una volta era uscito dall’ospedale pubblico dopo una vasectomia, tenendosi il lungi e duecento taka, con le gambe incapaci di sostenere il peso del suo corpo. Negli occhi e nel volto sofferente del vitellino, Rajab rivide il proprio volto di quel giorno. Rabbia e umiliazione fecero bruciare gli occhi di Rajab Ali con un fuoco feroce e cupo.

 

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