IL MITO FRAMMENTATO: LA VERTIGINE VISIVA E I VUOTI EMOTIVI DI "ODISSEA" DI CHRISTOPHER NOLAN
Ci sono registi che usano la macchina da presa per raccontare storie e registi che la usano come acceleratore di particelle visive. Christopher Nolan appartiene inevitabilmente alla seconda categoria. Con "Odissea" (The Odyssey), kolossal da 250 milioni di dollari rilasciato nelle sale nell'estate del 2026, il cineasta britannico ha fatto saltare il banco del Box Office italiano e globale, posizionandosi come il film evento dell'anno. Tuttavia, superata l'ubriacatura tecnologica del primo film interamente girato in IMAX 70mm a pellicola, un'analisi attenta e slegata dall'hype rivela un'opera tanto maestosa quanto profondamente problematica, dove il rigore geometrico di Nolan si scontra con i limiti emotivi della sua stessa scrittura.
Il vero punto di frizione del film risiede nella gestione di un cast stellare, compresso dentro una sceneggiatura che predilige la metafora filosofica all'introspezione psicologica.
Matt Damon (Ulisse): È indubbiamente il baricentro dell'opera. La scelta di affidare il ruolo dell'eroe omerico a un attore cinquantenne ha diviso i critici letterari più conservatori (che ricordano come gli eroi classici fossero poco più che adolescenti), ma l'interpretazione di Damon è solida. Il suo Ulisse è un soldato invecchiato, consumato da un profondo disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Lavorando per sottrazione, Damon toglie l'epica al personaggio, offrendo il ritratto di un uomo frammentato, spento, specchio della disillusione post-bellica.
Tom Holland (Telemaco) e Anne Hathaway (Penelope): Sono le due grandi scommesse, riuscite solo a metà. Se la Hathaway regge magnificamente la disperazione e la fierezza di Itaca, l'alchimia con Holland, un Telemaco fin troppo moderno e smarrito, risulta a tratti forzata. Il giovane principe subisce l'ingombrante presenza dell'ombra paterna, ma la sceneggiatura non gli concede lo spazio necessario per un vero arco di maturazione.
Robert Pattinson (Antinoo): Nei panni del leader dei Proci, Pattinson ruba letteralmente la scena in ogni sua apparizione. Il suo Antinoo è viscido, cinico e magnetico, incarnazione perfetta dell'avidità politica e della mancanza di dignità sociale.
Le Divinità e le Tentazioni (Zendaya e Charlize Theron): Qui iniziano le dolenti note del cast. La Atena di Zendaya si riduce a un'apparizione quasi spettrale, un concetto astratto privo di reale incisività drammatica. Allo stesso modo, la Calipso di Charlize Theron e la Circe di Lupita Nyong'o soffrono di una forte carenza di minutaggio, ridotte a bellissimi ma freddi ingranaggi funzionali al viaggio dell'eroe.
Analizzando il film in modo realistico, e accogliendo i dubbi sollevati da parte della critica giornalistica e dal pubblico più esigente, Odissea si rivela un esercizio di stile straordinario, ma emotivamente algido.
Il difetto principale della pellicola risiede nella sua stessa struttura. La frammentazione temporale, marchio di fabbrica di Nolan, qui rischia di trasformarsi in un autogol. Saltare continuamente tra il trauma del passato (Troia), la prigionia presente (Ogigia) e l'assedio di Itaca finisce per spezzare la tensione del viaggio emotivo dello spettatore. Il senso del nostos (il doloroso e progressivo ritorno a casa) viene sacrificato sull'altare di una complessa architettura narrativa.
Inoltre, il film manca quasi completamente di calore umano. I "mostri" mitologici (dal Ciclope Polifemo alle Sirene), trasformati dal regista in allucinazioni psicologiche derivanti dall'isolamento, perdono il loro fascino mitico per diventare freddi enigmi clinici. Nolan applica alla mitologia lo stesso approccio razionalista usato per la fisica quantistica in Interstellar o per i sogni in Inception, dimenticando che l'Odissea vive di carne, istinto, passioni viscerali e paura dell'ignoto. Tutto è calcolato al millimetro: i colpi dei bronzi ancestrali della colonna sonora di Ludwig Göransson sottolineano la maestosità delle tempeste, ma coprono il vuoto di un dramma intimo che non riesce mai a esplodere davvero nei cuori degli spettatori.
Il pubblico si è spaccato a metà. Da un lato, i puristi del cinema nolaniano gridano al capolavoro assoluto, estasiati dalla grandiosità visiva delle inquadrature di Hoyte van Hoytema, capaci di rendere il Mediterraneo un deserto d'acqua claustrofobico ed evocativo. Dall'altro, i giornalisti cinematografici e gli amanti della grande letteratura evidenziano come il film trovi il suo limite invalicabile proprio nel finale: una risoluzione violenta, sbrigativa e amara, in cui l'esilio volontario di Ulisse lascia un forte senso di vuoto e di incompiutezza.
Odissea è un film immenso che va guardato esclusivamente sul grande schermo per non perderne la vertigine visiva. Ma è anche la dimostrazione che la tecnica, per quanto rivoluzionaria, non può colmare l'assenza di un'autentica connessione emotiva. Christopher Nolan ha costruito un tempio perfetto e bellissimo in IMAX, ma all'interno ha dimenticato di accendere il fuoco sacro del mito originario.
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