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Saturno Magazine, Articolo: UN AMORE PER SEMPRE

UN AMORE PER SEMPRE

 

 

ALARE – Amori che non si raccontano

Ci sono amori che non si consumano nel tempo, ma si sedimentano nel cuore come polvere d’oro. Amori che non hanno avuto un lieto fine, o forse non hanno avuto un inizio. Amori che si sono persi, ritrovati, taciuti. Che non si sono mai detti, ma che hanno vissuto in silenzio, tra le pieghe di una vita normale.

Questa rubrica nasce per loro. Per chi ha amato senza essere ricambiato, per chi ha scelto il silenzio per proteggere, per chi ha vissuto con un nome nel cuore e nessuno a cui dirlo. ALARE è il luogo dove questi amori possono finalmente respirare.

La lettera che segue ci è arrivata da Verona. Sonia ha deciso di scriverci dopo tanti anni, e lo ha fatto con la grazia di chi ha cucito il proprio dolore come un abito prezioso. La sua storia è un filo sottile che unisce giovinezza, perdita, rinascita. E ci ricorda che l’amore, anche quando non si vive, può essere vissuto.

Buona lettura. ALARE

 

 

 

 

Lettera a ALARE Verona, settembre

Cara redazione, mi chiamo Sonia, ho 45 anni e vivo a Verona. Vi scrivo perché da tempo porto nel cuore una storia che non ho mai raccontato a nessuno. È un amore che non ha avuto un lieto fine, ma che non è mai davvero finito. Un amore che ha vissuto nel silenzio, nella memoria, nella stoffa che taglio ogni giorno.

Avevo vent’anni quando l’ho incontrato. Lavoravo in una pizzeria per aiutare mia nonna, che mi aveva cresciuta con eleganza e dolcezza dopo la morte dei miei genitori. Quel giorno era il mio compleanno, il primo che festeggiavo fuori casa. Avevo invitato amici e compagni di scuola. Gianni, il mio amico più caro, mi chiese se poteva portare suo cugino, venuto da Firenze. Dissi di sì, senza sapere che quel ragazzo avrebbe cambiato la mia vita.

Alberto arrivò in ritardo, scapigliato, con un orsacchiotto vestito di rosso. Mi porse il regalo balbettando, e io arrossii. Quella sera parlammo fino a tardi. Mi accompagnò a casa, e nel salutarci sentimmo entrambi un dolore che non sapevamo nominare. Da quel momento, ogni fine settimana tornava da Firenze per vedermi. Era amore, quello vero. Quello che ti fa immaginare una vita insieme, una casa, dei figli. Lui era già laureato, io al primo anno. Ma eravamo felici.

Poi Gianni morì. Un incidente, un coma, un addio che ci spezzò. Alberto cambiò. Si allontanò, trovava scuse. Io cercavo di stargli vicino, ma lui si chiuse. Un giorno mi chiamò e disse che era finita. Non capii. Soffrii. Mi ammalai. Lasciai gli studi. La nonna morì. Rimasi sola. Lavoravo in una sartoria, cucivo abiti per altri, mentre il mio cuore restava cucito a lui.

Passarono gli anni. Rifiutai ogni proposta di matrimonio. Alberto era sempre lì, nel mio cuore, a volte con dolcezza, a volte con rabbia. Poi, un giorno, entrò in sartoria una signora. Cercava dei bottoni. Aveva al collo un medaglione. Mi attirò. Lo aprì. Dentro c’era Alberto. Ebbi un mancamento. Lei mi soccorse. Era sua madre.

Mi disse che sapeva di me. Che Alberto, poco prima della morte di Gianni, aveva scoperto di essere malato. Gli restavano pochi mesi. Non voleva che io soffrissi ancora. Mi lasciò per proteggermi. Morì poco dopo. Sua madre mi abbracciò. Mi disse che aveva sempre voluto conoscermi. Pensava fossi sposata. Le dissi di no. Scoppiai a piangere.

Da quel giorno siamo diventate amiche. Lei è stata per me una madre, una confidente. E io ho potuto finalmente piangere quel dolore che avevo tenuto cucito dentro. Non ho mai smesso di amare Alberto. Non ho mai smesso di ricordarlo. E ora, grazie a voi, posso dirlo ad alta voce, anche se solo una volta.

Grazie per avermi ascoltata. Con affetto, Sonia

 

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