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Saturno Magazine, Articolo: SABINA DAROVA - INTERVISTA CON Dott.ssa MAJLINDA CAKA

SABINA DAROVA - INTERVISTA CON Dott.ssa MAJLINDA CAKA

SABINA DAROVA - INTERVISTA CON Dott.ssa MAJLINDA CAKA


Feriti da ricucire e destini da rialzare: Majlinda, una storia di impegno e volontà
Majlinda, tu sei d’origine albanese e sei venuta in Italia per studiare Medicina. Puoi raccontarci chi sei e perché oggi lavori presso l’Ospedale Cardinal Massaia di Asti?
- Sono nata in Albania, in provincia di Scutari (Shkoder), considerata la culla della cultura del mio paese natale. Sono cresciuta in una famiglia numerosa e molto unita, dai grandi valori di fratellanza, fiducia, sincerità e rispetto.
Sin dall’infanzia e poi durante l’adolescenza, provavo una profonda soddisfazione nell’aiutare e curare il prossimo, scoprendo così una passione stimolante e coinvolgente verso il mondo della medicina.
Vista la mia serietà e dedizione allo studio, già evidente ai tempi del liceo, i miei genitori mi iscrissero a una borsa di studio internazionale, che vinsi con pieno merito. Nel 2001 mi sono quindi trasferita in Piemonte, presso l’Università Del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” di Novara, mi sono laureata in Medicina e Chirurgia. In seguito ho conseguito il Diploma di Specialità in Chirurgia Maxillo-Facciale presso l’Università degli Studi di Torino, Scuola di Specialità confederata con Novara.
Dopo la specializzazione ho svolto diverse esperienze professionali: Medico Specialista frequentatore presso la S.O.C di Chirurgia Maxillo-Facciale, Ospedale Cardinal Massaia di Asti (2014-2016); Dirigente Medico presso SODc Chirurgia Maxillo-Facciale dell'AOU Careggi e, in regime di convenzione, presso AOU Meyer – Firenze (2016-2017); Dirigente Medico presso l’U.O. di Chirurgia Maxillo-Facciale, l’I.R.C.C.S. Istituto Ortopedico Galeazzi – Milano (2017-2018); mantenendo sempre il focus sulla mia crescita professionale e per stare vicino alla mia famiglia, che risiede in Alessandria, nel 2018 mi sono trasferita quindi presso l’Ospedale Cardinal Massaia di Asti, dove lavoro ancora oggi nel ruolo di Dirigente Medico Chirurgo Maxillo-Facciale.
Cosa l’ha motivata a intraprendere una carriera in chirurgia maxillo-facciale?
- La mia passione per la chirurgia nacque al terzo anno dell’università, con l’inizio dei tirocini professionalizzati. Il sogno di diventare chirurgo stava prendendo forma, nei tirocini realizzavo di avere i requisiti adatti.
La chirurgia è una disciplina complessa e allo stesso tempo affascinante, che richiede determinazione e predisposizione per riuscire in questa professione.
La scelta verso questa specialità non fu difficile, essendo la chirurgia maxillo-facciale,  una branca di confine tra altre discipline chirurgiche come Otorinolaringoiatria, Neurochirurgia, Oculistica, Chirurgia Plastica ed Odontoiatria, è in grado di risolvere i problemi funzionali ed estetici del distretto cranio-cervico-facciale.
Guardandosi indietro, c’è un episodio che riconosce oggi come la scintilla che l’ha avvicinata a questa specialità.
- In realtà ricordo che da piccola con grande orgoglio volevo diventare giornalista come lo zio paterno ma l’interesse nel capire come funzionava il corpo umano, ragioni familiari e volontà di aiutare il prossimo, mi motivarono diversamente e verso la fine delle medie cambiai idea e da lì in poi decisi che avrei studiato medicina. Ci fu poi, un episodio durante gli studi universitari, un mio ricovero proprio in Chirurgia Maxillo-Facciale che determinò definitivamente la mia scelta verso questa meravigliosa branca chirurgica.
Quali sono le sfide più frequenti che affronta ogni giorno in sala operatoria? Ci sono casi le richiedono maggiore precisione o sensibilità?
- Premetto che il lavoro del chirurgo in sé è un lavoro altamente specializzato, che richiede una lunga formazione universitaria e specialistica, competenze mediche e chirurgiche elevate, grande precisione manuale, passione, dedizione, resistenza fisica e capacità di gestione dello stress, nonché un elevato livello di responsabilità. È quindi una professione che richiede sempre la massima attenzione nella gestione del paziente non solo durante gli interventi in urgenza-emergenza ma anche durante gli interventi programmati, in cui serve essere pronti ad intervenire e risolvere qualsiasi inconvenienza che può presentarsi durante l’intervento.
I casi più complessi li ho riscontrati durante i turni di reperibilità, specialmente notturna, chiamata ad intervenire in urgenza nella gestione delle ampie ferite e dei traumi maxillo-facciali, in cui devo mettere da parte fatica accumulata e pressione psicologica, e concentrarmi in maniera totalizzante sul paziente.
Sono questa tipologia di paziente e gli interventi di alta complessità di gestione medica e chirurgica che richiedono maggiore attenzione e maggiore sensibilità, senza in ogni caso mai distogliere l’attenzione sugli interventi di media e bassa complessità, che seppur raramente, nonostante il corretto iter diagnostico-terapeutico impostato, possono presentare complicanze.
La chirurgia maxillo-facciale ha spesso un impatto psicologico oltre che funzionale. Come influisce questo sul rapporto con i pazienti?
- Credo che la comprensione e la reale empatia di un medico verso il paziente siano le basi essenziali in grado davvero di instaurare un rapporto di fiducia reciproca. Il connubio quindi tra la competenza professionale del medico e la capacità di creare una condizione empatica con il paziente non deve rimanere un semplice cliché, ma spingersi ad un livello molto più profondo e quindi essenziale, donando alle intenzioni la certezza di ottenere un risultato soddisfacente sia dal punto di vista funzionale che emotivo/psicologico per il paziente.
Quali consigli darebbe ai giovani, soprattutto a quelli con background migratorio, che desiderano intraprendere una carriera medica o altamente specializzata?
- Ai giovani di oggi rivolgo un pensiero che sento profondamente mio: Nonostante le sfide e le difficoltà che si possono incontrare durante il percorso di studi, di professione e di vita, bisogna sempre avere coraggio e lottare per i propri sogni, per le proprie idee e per i propri valori. Bisogna sempre cercare di dare il massimo in ogni circostanza, senza mai arrendersi. Bisogna comportarsi con dignità e fare in modo di essere orgogliosi di chi si è, di cosa si rappresenta e della professione che si svolge, essere medico ed avere una carriera brillante.
C’è una lezione umana che il suo mestiere le ha insegnato e che porta con sé anche fuori dall’ospedale?
- Questa mia professione ha rafforzato ulteriormente quella mia parte innata e quindi l’importanza dell’empatia ed il valore delle relazioni autentiche, ha influenzato la mia visione sulla percezione del valore della vita. Mi ha insegnato l’importanza della capacità di saper gestire le emozioni complesse e la resilienza di fronte alle avversità.
Un’ultima domanda: che cosa vorrebbe fare “da grande”? Esiste ancora un sogno nel cassetto?
- Certo, non bisogna mai smettere di sognare. La mia formazione e soprattutto il mio carattere, volti entrambi alla risoluzione e al miglioramento continuo, sono inseriti in una progettualità di crescita sia come medico che come persona per cui, oltre a continuare a crescere a livello professionale, il desiderio è anche quello di diventare un punto di riferimento per le nuove generazioni.



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