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Saturno Magazine, Articolo: SOTTO LA LUNA E NEL FANGO - IL CAMMINO DI ELISABETTA

SOTTO LA LUNA E NEL FANGO - IL CAMMINO DI ELISABETTA

MENDA VRETO


Menda Vreto è scrittrice e bisnipote del celebre intellettuale Jani Vreto. È autrice di due libri pubblicati con Aletti Editore, nei quali racconta esperienze personali e tematiche sociali legate alla vita, alla resilienza e al mondo femminile.

Il suo primo libro ha ricevuto attenzione anche dalla rivista Marie Claire, che le ha dedicato un’intervista anche.

Oltre alla sua attività letteraria, collabora con riviste online, continuando il suo percorso di scrittura. Attualmente sta lavorando al suo terzo libro.

SOTTO LA LUNA E NEL FANGO - IL CAMMINO DI ELISABETTA

La vita, nella sua insondabile profondità, pone spesso l’uomo di fronte a scelte che nessuna ragione può rendere leggere. Vi sono momenti in cui il cuore si trova costretto a contraddirsi, e l’amore, lungi dall’essere consolazione, diventa sacrificio. Per i figli, una madre è capace di oltrepassare i limiti della paura, di affrontare ciò che appare insormontabile e di sopportare distanze che lacerano l’anima. Questa è la storia vera di Elisabetta, e attraverso di lei, di tutte le madri che hanno conosciuto il peso e la grandezza dell’amore.

Vivevo in una città di lago, dove le acque tranquille sembravano ignorare le difficoltà degli uomini. Al mattino, la nebbia si sollevava lenta dalla superficie, e pareva quasi che il mondo intero fosse sospeso tra ciò che era e ciò che avrebbe potuto essere. Eppure, sotto quella calma apparente, la nostra vita era segnata da una fatica continua, silenziosa, che non concedeva tregua. Ogni giorno era una rinuncia, ogni mese una lotta per arrivare alla fine senza cedere allo sconforto.

Fu in quel tempo che maturò la decisione di partire. Non fu un atto improvviso, né dettato da un sogno leggero: fu piuttosto una resa alla necessità, una scelta che cresce lentamente dentro l’anima finché non diventa inevitabile. Sapevamo che partire significava perdere, prima ancora di guadagnare. Ma restare significava condannare i nostri figli a una vita priva di possibilità.

E così dovetti compiere il gesto più difficile che una madre possa immaginare. Lasciai i miei due bambini alla loro nonna. Uno aveva appena nove mesi, l’altro tre anni. Non vi sono parole che possano descrivere quel distacco: fu come strappare una parte viva di me stessa e consegnarla al tempo e all’incertezza. In quel momento compresi che l’amore vero non sempre protegge, ma spesso espone, non trattiene, ma lascia andare.

Partimmo con il cuore spezzato, affidandoci a un fragile gommone che da Valona si dirigeva verso Brindisi. Il mare, quella notte, era una forza viva e ostile, come se volesse mettere alla prova non solo i nostri corpi, ma anche la nostra volontà. Il freddo era così intenso da rendere il respiro doloroso; il vento colpiva il viso come una frusta invisibile; le onde sollevavano il gommone e lo lasciavano ricadere con violenza, come un oggetto senza valore.

Eravamo stretti l’uno all’altro, ma non vi era conforto in quella vicinanza. Ognuno era solo con la propria paura. Alcuni pregavano a bassa voce, altri piangevano senza più lacrime, altri ancora fissavano il vuoto, come se cercassero una risposta che il mare non avrebbe mai dato.

Io, Elisabetta, non distoglievo lo sguardo dall’oscurità. Dentro di me vedevo i volti dei miei figli, sentivo il loro odore, ricordavo il suono delle loro voci. E fu allora che compresi che il coraggio non è una qualità degli uomini forti, ma una necessità di chi ama.

Quando finalmente apparve la costa italiana, non provai sollievo, ma una strana inquietudine, come se la prova non fosse ancora finita. E infatti non lo era. La polizia marittima inseguiva il gommone, e il conducente, sopraffatto dal timore, ci abbandonò senza esitazione in una distesa fangosa.

Il fango ci accolse come una creatura viva, che afferra e trattiene. Ogni passo diventava una lotta, ogni movimento un rischio. Era sera, e la luna illuminava quella scena con una luce fredda, quasi indifferente, come se osservasse da lontano il destino degli uomini.

Le urla riempivano l’aria. Nomi gridati nel buio, richieste d’aiuto, pianti disperati. Il freddo penetrava fino alle ossa, e il corpo, già stremato, sembrava cedere sotto il peso della paura. Chi indossava stivali era ancora più in difficoltà: il fango li riempiva, li rendeva pesanti, li trasformava in catene.

I volti erano irriconoscibili, coperti di terra e acqua. Eppure, negli occhi di ciascuno si leggeva la stessa domanda: “Riuscirò a sopravvivere?” In quel momento, ogni differenza scompariva: non vi erano più nomi, né storie, né provenienze. Vi era soltanto la fragile condizione umana, esposta nella sua verità più nuda.

Fu allora che vidi quella coppia con un bambino. Il piccolo stava affondando, e i genitori, disperati, cercavano di sostenerlo senza riuscirci. Non pensai. Non vi fu tempo per scegliere. Lo presi e lo sollevai sulle mie spalle.

Il peso non era solo quello del bambino, ma di tutto ciò che rappresentava: la vita, la speranza, il futuro. Sentivo il mio corpo sprofondare, sentivo la forza abbandonarmi. Eppure, dentro di me, vi era qualcosa che non cedeva. Pensai ai miei figli. Pensai al loro bisogno di me. E quella semplice verità mi diede una forza che non sapevo di possedere.

Non so come, ma riuscii a restare in piedi. Riuscii a muovermi. Riuscii a salvare quel bambino. E ancora oggi, nel silenzio dei miei pensieri, spero che anche i suoi genitori siano stati salvati.

Quando, dopo ore interminabili, arrivò una nave, fu come assistere a un miracolo. Non un miracolo spettacolare, ma uno di quelli silenziosi, che restituiscono agli uomini la possibilità di continuare. Ci offrirono coperte, vestiti asciutti, pane caldo.

Ricordo con chiarezza i volti delle famiglie di Brindisi. Non vi era curiosità né giudizio, ma una bontà semplice, quasi naturale. In quei gesti compresi che l’umanità non si misura dalle parole, ma dalle azioni più umili, da ciò che si è disposti a dare senza aspettarsi nulla.

Avevamo immaginato l’Italia come una terra di ricchezza, ma scoprimmo che la sua vera ricchezza era altrove. Non nelle cose, ma nelle persone. Non nell’oro, ma nei cuori.

La vita proseguì, come sempre fa, senza chiedere se siamo pronti. Lavorai, aspettai, sopportai la distanza. Ogni giorno portava con sé il peso dell’assenza, ma anche la speranza del ritorno.

Passarono sette anni. Sette anni che mi sembrarono una vita intera. Quando finalmente rividi i miei figli, il mio cuore batteva come quella notte sul mare. Ma ciò che provai non fu soltanto gioia.

I miei figli non mi riconoscevano. Mi guardavano con occhi incerti, come si guarda uno sconosciuto. Chiamavano “mamma” un’altra donna, quella che li aveva cresciuti. Io, Elisabetta, ero per loro una presenza estranea, un nome senza significato.

Quel momento fu più doloroso di qualsiasi tempesta. Perché non vi era nulla da combattere, nulla da affrontare: vi era solo da accettare.

Ma l’amore, quando è vero, non pretende. Non impone. Attende.

Con pazienza, con dolcezza, giorno dopo giorno, iniziai a ricostruire ciò che era stato perduto. Non cercai di sostituire il passato, ma di entrare nel loro presente. Li ascoltai, li osservai, imparai a conoscerli come se li incontrassi per la prima volta.

E lentamente, qualcosa cambiò. Nei loro occhi apparve fiducia, poi affetto, poi amore. Non fu un ritorno improvviso, ma una crescita silenziosa, come quella di una pianta che trova finalmente la luce.

Oggi siamo una famiglia unita. Non perfetta, ma vera. Più forte, forse, proprio perché abbiamo conosciuto la fragilità.

E se guardo indietro, non vedo solo dolore. Vedo un cammino. Vedo ciò che siamo diventati attraverso le prove.

Questa è una storia vera. Una storia di paura e di amore, di perdita e di rinascita.

Essa insegna che nessun sacrificio compiuto per amore è vano, anche quando sembra non portare frutto. Perché l’amore, come il seme nascosto nella terra, lavora nel silenzio, cresce nell’oscurità, e un giorno, quando meno ce lo aspettiamo, torna alla luce.

E forse è proprio questo il senso più profondo della vita: non evitare la sofferenza, ma attraversarla senza perdere la propria umanità. Non smettere di amare, anche quando amare significa soffrire.

Perché l’uomo non è grande quando è felice, ma quando, nella sua fragilità, continua a scegliere il bene.

E allora si comprende che la felicità non è un luogo lontano da raggiungere, né una condizione perfetta da conquistare.

Essa vive nelle cose semplici, nelle mani che si stringono, negli occhi che si riconoscono, nei cuori che, dopo essersi smarriti, trovano la strada per tornare l’uno all’altro.

E quando tutto sembra perduto, resta sempre questa verità:

che finché esiste amore, nulla è davvero finito;

che finché un cuore continua a sperare, la vita trova il modo di ricominciare.

 

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