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Saturno Magazine, Articolo: CHI GOVERNA DAVVERO IL MONDO?

CHI GOVERNA DAVVERO IL MONDO?

CHI GOVERNA DAVVERO IL MONDO OGGI?

 

— Riflessione —

 

di Ndue Dragusha

poeta, scrittore, saggista e promotore culturale internazionale

 

 Direttore del giornale “LISSALBA”

 

Il mondo moderno si presenta come un sistema ordinato: Stati sovrani, istituzioni funzionanti, leggi scritte e procedure chiare. Tutto sembra avere un proprio posto e ogni forma di potere appare dotata di una legittima fonte. Ma l'ordine apparente non sempre coincide con l'ordine reale, così come la forma non garantisce necessariamente la sostanza. Dietro questa organizzazione istituzionale esiste un'altra forma di governo, più taciturna, più flessibile e meno esposta al controllo pubblico.

In questa realtà, la domanda fondamentale non è più “chi governa?”, bensì “dove risiede il potere?”. Perché il potere, a differenza dell'autorità formale, non ha sempre bisogno di mostrarsi. Opera attraverso l'influenza, la dipendenza e il condizionamento, non necessariamente tramite ordini diretti. In questo senso, il mondo è governato non solo da coloro che appaiono sul palcoscenico, ma anche – e molto spesso, soprattutto – da chi rimane dietro le quinte.

Storicamente, il potere si è spostato da forme brutali a forme più sofisticate. Un tempo governava attraverso la forza fisica; oggi governa attraverso le strutture. Un tempo i re regnavano attraverso la paura; oggi i sistemi governano attraverso la necessità. Il potere moderno non ha più bisogno di reprimere apertamente: gli basta creare dipendenza economica, insicurezza sociale e l'illusione della scelta.

In questa trasformazione, la politica ha progressivamente perso il suo ruolo centrale nel processo decisionale. È diventata sempre più un'amministratrice di realtà imposte da fattori economici, finanziari e tecnologici. Il Parlamento dibatte, il governo approva, ma spesso la decisione è già stata presa in precedenza e altrove, da interessi che non sono soggetti né al voto né al controllo pubblico. Emerge così un pericoloso paradosso: le istituzioni esistono, ma il potere reale scivola oltre di esse.

Nel mondo contemporaneo, il capitale ha acquisito una forma di potere che trascende i confini, le leggi e, a volte, persino i principi morali. Non ha nazionalità, non riconosce alcuna responsabilità sociale e non è soggetto al giudizio elettorale. Il capitale si muove liberamente ovunque il profitto sia maggiore, lasciandosi alle spalle conseguenze di cui raramente si assume la responsabilità. Gli Stati, specialmente quelli economicamente più deboli, si trovano spesso di fronte a una falsa alternativa: accettare le condizioni del mercato globale o rischiare il collasso. In questo rapporto asimmetrico, la sovranità diventa relativa e la politica perde la sua autonomia. Le decisioni vengono prese per rassicurare i mercati piuttosto che per proteggere i cittadini. In questo modo, il vero governo si sposta dal servizio pubblico alla stabilità finanziaria, dal benessere delle persone ai bilanci economici.

La democrazia, in questo contesto, rischia di diventare un meccanismo di legittimazione piuttosto che di reale potere decisionale. I cittadini votano, ma le elezioni offrono spesso alternative che cambiano nella forma, non nella sostanza. Il dibattito politico diventa sempre più polarizzato, mentre le strutture del potere rimangono essenzialmente immutate. Nasce così una sorta di stanchezza democratica: le persone sentono di partecipare, ma di non poter fare davvero la differenza. Parlano, ma non vengono ascoltate. Questo divario tra partecipazione formale e influenza reale alimenta il cinismo, l'apatia e la sfiducia. Una democrazia senza un potere effettivo è come una voce senza eco: esiste, ma non può alterare la realtà.

Uno degli aspetti più inquietanti del potere contemporaneo è la mancanza di responsabilità. Le decisioni che distruggono le economie, minano la dignità umana o producono profonde disuguaglianze raramente hanno autori facilmente identificabili. La responsabilità si frammenta, scompare all'interno delle strutture e viene giustificata come una “necessità”. Quando il potere non ha un nome, non c'è nessun responsabile a cui chiedere conto. E quando manca la responsabilità, l'ingiustizia finisce per essere normalizzata.

In questa realtà, il cittadino non è più al centro del sistema, ma ne è diventato una delle variabili. Il cittadino si adatta invece di decidere. Consuma invece di influenzare. Rimane informato, ma non possiede gli strumenti necessari per cambiare il corso degli eventi. La libertà si misura sempre più sulla capacità di sopravvivere piuttosto che sulla possibilità di vivere con dignità. Il potere moderno non reprime necessariamente il cittadino: lo logora. E una società stanca è più facile da governare.

La domanda “chi governa il mondo?” non è meramente politica; è anche una domanda morale. Perché, in ultima analisi, il potere esiste nella misura in cui la società gli permette di esistere. Il silenzio, l'adattamento e la normalizzazione dell'ingiustizia sono forme di collaborazione passiva. Il cambiamento non inizia necessariamente con una rivoluzione, ma con la consapevolezza. Con il rifiuto di accettare l'ingiustizia come regola. Con il ritorno della questione morale nel cuore del dibattito pubblico.

Il mondo di oggi non è governato solo dai governi. È governato da interessi, strutture e meccanismi che spesso non vediamo, ma di cui subiamo gli effetti. E finché non avremo il coraggio di nominarli, comprenderli e sottoporli al dibattito pubblico, il potere continuerà a rimanere invisibile, eppure terribilmente reale.

 

La domanda rimane aperta:

Continueremo a vivere in un mondo governato senza voce, o riusciremo a restituire la voce a quei luoghi in cui vengono prese le decisioni?

 

 

Traduzione in italiano a cura della redazione SATURNO magazin

 

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