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Saturno Magazine, Articolo: KLITHMA - IL GRIDO. DI ALKETA GASHI FAZLIU - RECENSIONE A CURA DI ANGELA KOSTA

KLITHMA - IL GRIDO. DI ALKETA GASHI FAZLIU - RECENSIONE A CURA DI ANGELA KOSTA

KLITHMA / IL GRIDO - EPITAFIO AL TEMPIO DELL’ATROCITÀ

LA MEMORIA CHE DÀ VOCE AI BAMBINI A CUI LA GUERRA HA TRONCATO L’INFANZIA

Recensione di Angela Kosta

Klithma – Il Grido di Alketa Gashi Fazliu è un’opera nata dalla necessità di preservare la memoria e di restituire voce a coloro ai quali la guerra ha tolto, insieme all’infanzia, anche la possibilità di raccontare immediatamente ciò che avevano vissuto. Sono trascorsi anni: i bambini di allora sono diventati adulti, hanno costruito famiglie, intrapreso professioni, cercato di vivere, ma dentro di loro è rimasto qualcosa che non è mai realmente cresciuto: il bambino ferito, impaurito, mutilato, costretto troppo presto a conoscere la morte.

Klithma – Il Grido non è dunque soltanto un libro di testimonianze. È un epitaffio vivente. È un tempio della memoria costruito attraverso parole, ricordi, corpi feriti, silenzi, immagini interiori e domande che il tempo non è riuscito a cancellare.

Il valore dell’opera risiede innanzitutto nella sua autenticità. Non siamo davanti a personaggi costruiti dalla fantasia, ma a persone reali che hanno attraversato l’orrore e che oggi scelgono di tornare con la memoria là dove avrebbero preferito non tornare mai più.

IL TEMPO NON CANCELLA TUTTO

La guerra può terminare ad una certa data, messe, anno, ma non necessariamente termina nella mente di chi l’ha vissuta. Infatti, per un bambino, la guerra non è soltanto il rumore delle armi. È la perdita improvvisa della casa, l’assenza dei genitori, la fuga, il freddo, la fame, il sangue, la paura, il corpo ferito, l’impossibilità di andare a scuola e il volto degli adulti trasformato dall’angoscia.

È soprattutto la perdita della normalità, della quotidianità.

Le testimonianze raccolte dall'autrice kosovari, nota giornalista e conduttrice tv Alketa Gashi Fazliu, mostrano che il trauma infantile non finisce quando cessano le esplosioni. Continua nel tempo, entra nei rapporti umani, nei sogni, nelle paure, nella percezione del proprio corpo e nella capacità di fidarsi degli altri.

Il libro raccoglie otto testimonianze, una delle quali riguarda due fratelli. I protagonisti sono oggi adulti, ma in molti passaggi del libro si ha la sensazione che quell’età infantile sia rimasta sospesa: adulti con dentro un’infanzia rimasta mutilata.

OTTO VOCI, UN SOLO GRIDO

Le testimonianze non sono semplicemente otto racconti separati. Formano un unico grande grido collettivo. Ogni storia possiede una propria identità, ma tutte confluiscono nella stessa domanda: perché proprio noi, perché proprio i bambini?

1. ATIFETE GASHI - “VIVRÒ MERAVIGLIOSAMENTE ANCHE SE A METÀ”

La testimonianza di Atifete Gashi è una delle pagine più drammatiche e, contemporaneamente, più luminose del libro.
Ha soltanto 8 anni quando, il 6 giugno 1998, una granata la colpisce alla schiena, nella zona cervicale. Segue un gravissimo intervento e una settimana di coma.

Ma il trauma non è soltanto fisico. La paura e l’orrore entrano nella sua memoria infantile. Lei e sua sorella vengono rasate. La famiglia viene allontanata dalla propria casa. Gli spazi della sicurezza domestica scompaiono.

La figura della madre emerge come una vera roccia: una donna che ha conosciuto perdite inimmaginabili. La nonna paterna diventa “il nostro mondo”.

Atifete ricorda il treno dell’esodo verso la Macedonia: “Quanta gente. Tutti tristi... odio quel treno e i momenti lì.”

È una frase semplice e proprio per questo devastante. Il treno diventa simbolo di una fuga collettiva, di una famiglia dispersa e di un’infanzia trascinata lontano dalla propria casa.

Eppure Atifete arriva a una conclusione che contiene l’intero significato del libro: “Continuerò a vivere meravigliosamente anche se a metà.” Questa frase non è una resa. È una dichiarazione di vittoria.

2. GANIMETE LATIFI ABAZI - QUANDO UNA BAMBINA NON SA ANCORA DARE UN NOME ALL’ORRORE

Ganimete Latifi Abazi ha 12 anni. Nel marzo 1999, durante le violenze e le espulsioni della popolazione albanese del Kosovo, viene coinvolta in una tragedia che da bambina non riesce ancora pienamente a comprendere.

Un bambino vive l’evento prima di comprenderne il significato storico. Sa di avere paura, sa che qualcosa è terribilmente sbagliato, ma non possiede ancora le parole per definire ciò che sta accadendo.

È soltanto da adulta che Ganimete può rileggere quella esperienza e comprenderne la dimensione.

“Non comprendevo il peso di ciò che successe” racchiude una delle dimensioni più dolorose del trauma infantile: il bambino sopravvive prima di capire.

3. J.K - QUANDO IL DOLORE NON HA ANCORA FINITO DI PARLARE

La testimonianza di J.K., che aveva soltanto 9 anni, introduce un altro elemento fondamentale: il corpo stesso conserva la memoria.

“Non voglio raccontare... Lo vedi? Mi tremano le mani...”

In queste parole il passato diventa presente. Non è soltanto un ricordo narrato: è un’esperienza che ritorna nel corpo.

I vestiti conservati sotto terra diventano un simbolo potentissimo. Non sono semplici oggetti: sono l’involucro di un’infanzia che non esiste più. La terra diventa l'archivio della memoria.

La testimonianza introduce inoltre il tema dell’Albania come patria e come radice. La parola “patria” non appare come un concetto astratto, ma come memoria familiare, sangue, antenati e appartenenza.

E tuttavia, lentamente, il dolore comincia a trasformarsi: “Piano piano il dolore stava diventando forza.”

4. A.B & K.B - LA SPERANZA, IL FIORE CHE LE GRANATE NON POTERONO DISTRUGGERE

La testimonianza dei due fratelli, di 6 e 4 anni, introduce una parola che sembra quasi impossibile pronunciare dentro una storia di guerra: la speranza.

Un bambino comprende progressivamente che la guerra non ferisce soltanto il corpo. Ferisce il cuore. Ferisce anche quando non lascia una cicatrice visibile. Nonostante ciò, esiste una mutilazione invisibile: quella della paura, del silenzio, dell’incapacità di raccontare.

Ma la sopravvivenza viene descritta anche come capacità di cercare, nonostante tutto, piccoli spazi di felicità. La perdita non cancella completamente la vittoria. La persona sopravvissuta può ancora amare, studiare, lavorare e creare una famiglia.

5. BURIM PËRTESHI - IL RAPIMENTO DEGLI UOMINI E IL BAMBINO CHE CONOBBE LA FAME

La storia di Burim Përteshi introduce il rapimento, la separazione e la violenza contro uomini, donne e bambini. Il bunar, il pozzo della tragedia, diventa un’immagine simbolica di vite spezzate.

Tre giorni senza mangiare. Il pane condiviso con gli insetti. Il corpo che conosce la fame mentre l’anima cerca di comprendere ciò che accade.

“La vita, i sogni e i desideri cambiarono per sempre.”

Questo ci fa capire che prima esistono i sogni e solo dopo esiste la sopravvivenza.

6. ALTIN KELMENDI - LA FUGA CHE PRECEDE LA LIBERTÀ

Altin Kelmendi aveva 8 anni. La sua testimonianza è attraversata da una frase che contiene l’immaginario di migliaia di profughi: “L’Albania fu la nostra salvezza.”

La fuga diventa un viaggio verso la speranza, ma anche un’esperienza traumatica. La scuola, che dovrebbe essere il luogo della crescita, viene improvvisamente cancellata. Un anno senza scuola rivela quanto profondamente la guerra intervenga nella vita di un bambino.
La guerra distrugge il tempo. Ruba mesi e anni che nessuno potrà più restituire.

7. RIFADIE HALILI RAMIQI - IMPARARE A CONVIVERE CON LA FERITA

Rifadie Halili Ramiqi aveva 13 anni. Prima della guerra la sua vita era “modesta e bella”. Poi arrivarono la paura, la violenza e la mutilazione.

Il corpo diventò un campo di battaglia. Eppure,  adulta Rifadie riesce a pronunciare una frase di straordinaria maturità:
"Imparavo a capire la mia ferita come una parte della vita, non come un fallimento.”
...“Ogni piccolo passo era una vittoria.”

La frase può essere letta anche come metafora dell’intero libro, perché ogni pagina di quest'opera libro è un passo verso l'indomani.

8. ARBEN GURI – “VIVO LA LIBERTÀ CON LA METÀ DEL MIO CORPO E LA METÀ DEL CUORE”

Arben Guri aveva 10 anni. Perde entrambe le mani, dal gomito in giù, e subisce gravissime ferite all’addome.

Il dramma non è soltanto fisico. È anche identitario: chi sono diventato dopo tutto questo?

E tuttavia Arben arriva a una riflessione che supera la propria vicenda personale. La vita è fatta di destini differenti: c’è chi ha molto, chi ha poco, chi possiede qualcosa senza comprenderne il valore.

La libertà, dunque, non è una parola astratta. È un bene conquistato attraverso un prezzo umano enorme.

IL TRENO E LA MEMORIA DELL’ESODO

Tra le immagini più forti di Klithma - Il Grido, c’è quella del treno. Non è semplicemente un mezzo di trasporto: diventa il simbolo dell’esodo, della fuga, della perdita della casa, della separazione e dell’incertezza.
È inevitabile che questa immagine richiami alla memoria europea altre deportazioni e altre persecuzioni. La storia sembra ripetere i propri simboli. Cambiano i luoghi, i popoli e le epoche, ma il bambino costretto a salire su un treno mentre gli adulti piangono appartiene a una memoria universale dell’umanità.

I BAMBINI, L’AVVELENAMENTO E LE ALTRE FERITE DELLA MEMORIA

Il libro richiama inoltre una pagina dolorosa della storia del Kosovo: i misteriosi episodi di avvelenamento che, all’inizio degli anni Novanta, coinvolsero migliaia di giovani e studenti kosovari e che ancora oggi sono oggetto di differenti interpretazioni e discussioni storiche.

Al di là delle diverse letture attribuite a quegli eventi, il loro inserimento nel quadro della memoria collettiva permette di comprendere una realtà fondamentale: la sofferenza dei bambini kosovari non iniziò soltanto con la guerra aperta del 1998-1999.

GENOCIDIO, BARBARIE E RESPONSABILITÀ DELLA MEMORIA

Una parola attraversa implicitamente tutte le testimonianze: genocidio. Il termine appartiene a una precisa dimensione storica e giuridica e va utilizzato con rigore. Le testimonianze mostrano comunque la devastazione prodotta dalla persecuzione della popolazione civile albanese del Kosovo, dalle espulsioni, dagli omicidi, dalle mutilazioni e dalla distruzione delle comunità.

I bambini non sono “vittime collaterali”. Quando un bambino perde una gamba, un braccio, un genitore, una casa, la scuola e il senso di sicurezza, non si può parlare di danno secondario. È la distruzione di una vita.

I VESTITI SOTTO TERRA: L’EPITAFIO DEGLI INNOCENTI

Tra i simboli più potenti del libro, questo grazie la maestria dell'autrice Gashi, emerge quello dei vestiti nascosti sotto terra.

Un vestito appartiene a un corpo. Ma quando quel corpo viene ferito, mutilato o ucciso, l’indumento può diventare ciò che resta della persona.
La madre che nasconde i vestiti sotto terra, compie un gesto che assume un valore rituale. Non seppellisce soltanto un oggetto. Seppellisce un pezzo di infanzia e, nello stesso tempo, lo conserva.

È come se la terra diventasse un archivio. Perciò, gli abiti diventano simbolicamente gli abiti dell’anima.

DALLA MUTILAZIONE DEL CORPO ALLA RESILIENZA DELL’ANIMA

La grandezza di Klithma - Il Grido consiste anche nel non fermarsi alla descrizione della tragedia.

Dopo la guerra, dopo l’ospedale, dopo la fuga, dopo la mutilazione e dopo il silenzio, i protagonisti imparano nuovamente a vivere.

Studiano, lavorano, creano famiglie, diventano genitori. Alcuni trasformano la propria esperienza in responsabilità verso gli altri.
Cin ciò, ci danno un grande messaggio importante: La vita non torna più come quella di prima, ma continua.

IL DR. KASTRIOT DODAJ: IL DOLORE COME RESPONSABILITÀ

L'autrice Gashi non si ferma alle testimonianze, va oltre. Dialoga con chi ha avuto a che fare direttamente in questo orribile orrore.
Particolarmente significativa è l’intervista al Dr. Kastriot Dodaj, del Jesuit Refugee Service (JRS).

La sua presenza amplia la prospettiva del volume: dalle testimonianze personali si passa a una dimensione di impegno umano e sociale.

“Il loro dolore mi ha insegnato a stimare il peso della promessa.”

Una promessa, davanti a chi ha sofferto, non può essere una parola vuota. Promettere di ricordare significa assumersi una responsabilità. Promettere di proteggere significa trasformare i vivi ricordi in azione.

L’EPILOGO: QUANDO LA PSICOLOGIA INCONTRA LA MEMORIA

L’epilogo affidato a Donika Shahini Lami, giornalista e psicologa clinica, completa il percorso del volume attraverso la prospettiva delle conseguenze psicologiche della guerra sui bambini. Anche qui, l'autrice Gashi, rappresenta la sua tenacia: portare davanti agli occhi del mondo, l'anima mutilata del suo popolo.

Il trauma infantile può influenzare lo sviluppo emotivo, le relazioni, il senso di sicurezza, la fiducia, la percezione del proprio corpo e la capacità di immaginare il futuro.

Prima parlano le vittime. Poi la memoria viene osservata anche attraverso lo sguardo psicologico. Il lettore comprende così che la guerra può lasciare ferite invisibili almeno quanto quelle visibili.

IL LIBRO COME TABLOID VIVIDO DELLA STORIA

Definire Klithma - Il Grido, soltanto un libro di testimonianze sarebbe riduttivo. È un tabloid vivido della memoria.

Ogni testimonianza è una ritratto. Ogni frase è una cicatrice. Ogni nome è un volto. Ogni ricordo è un documento. Ogni silenzio contiene una storia.

L’autrice Gashi non ha bisogno di costruire un artificio letterario complesso. Sono i fatti stessi, che ella sa scegliere, catturare e mettere al centro, a possedere una forza narrativa devastante.

LA LIBERTÀ VISSUTA “A METÀ”

Uno dei temi più profondi di questo libro, è il rapporto tra libertà e mutilazione.

I protagonisti hanno conquistato la libertà, ma alcuni la vivono letteralmente con una parte perduta del corpo. Da qui emerge la forza della frase: “Vivo la libertà con la metà del mio corpo e la metà del cuore.”

La libertà, quindi, non è un concetto innocente, ma ha un prezzo, un riscatto.

“NON ABBIAMO AVUTO ALCUNA COLPA, ERAVAMO BAMBINI”

La frase che chiude la testimonianza di Atifete potrebbe essere considerata una delle chiavi interpretative dell’intero volume:

“Noi non abbiamo avuto alcuna colpa perché eravamo bambini e amavamo giocare.”

Infatti, un bambino conosce soltanto il gioco. Vuole correre, andare a scuola, tornare a casa. Non conosce la politica, la guerra o l’odio.
Eppure è proprio il bambino a pagare uno dei prezzi più alti della storia disumana.
Eppure, dopo tutto, resta la vita.

Questo è il miracolo silenzioso che traspare dalle pagine di Klithma - Il Grido. La vita non può tornare com'era, ma va avanti lo stesso.

“La vita continua; la vita ha la sua bellezza e il suo incanto.”

Qui il grido si trasforma: da grido di dolore diventa grido di esistenza; da testimonianza della morte diventa testimonianza della vita; da memoria della barbarie diventa memoria della resistenza e resilienza

Penso che Klithma – Il Grido di Alketa Gashi Fazliu è un’opera necessaria, nonostante la storia ha scritto delle pagine riguardo la guerra, il genocidio e i massacri in Kosovo.

Dico necessaria perché raccoglie testimonianze che il tempo avrebbe potuto lentamente coprire di silenzio. Necessaria perché restituisce ai bambini di allora la dignità della parola. Necessaria perché mostra che dietro la storia ufficiale esistono storie personali che non possono essere ridotte a statistiche.

Gli otto protagonisti di questo libro non sono soltanto otto persone. Sono una moltitudine. Sono tutti quei bambini che non hanno avuto il tempo di capire perché il mondo degli adulti fosse diventato improvvisamente così crudele.

Sono i bambini che volevano giocare. Quelli che volevano andare a scuola. Quelli che volevano correre dietro alle farfalle. Quelli che volevano semplicemente vivere.

Oggi, il loro grido, la loro voce, arriva attraverso la penna di Alketa Gashi Fazliu.

La loro voce non chiede vendetta. Chiede soltanto memoria. Chiede dignità. Chiede che la storia non venga riscritta attraverso il silenzio.

Klithma – Il Grido rimarrà un tempio della memoria costruito sulle macerie dell’orrore. Un epitaffio per le vittime. Un documento per la storia. Una testimonianza per il presente. E soprattutto un messaggio per il futuro.

Perché ogni bambino ferito dalla guerra rappresenta una sconfitta dell’umanità intera.

Ma ogni bambino che, nonostante tutto, riesce a diventare adulto, amare, studiare, lavorare, costruire una famiglia e dire “continuerò a vivere”, rappresenta una vittoria.
Una vittoria silenziosa, mutilata, forse, ma pur sempre una vittoria. Ed è proprio qui che Klithma - il Grido, diventa più forte del silenzio.

Con ciò, la memoria impedisce al passato di ripetersi.

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