L'INTERVISTA LA NOTA ATTRICE ALBANESE E DOCENTE LIRI LUSHI
Di Angela Kosta
Dall’arte alla ricerca sull’essere umano: il percorso di una vita tra teatro, cinema e sviluppo psicosociale
Ricorda il momento in cui, all’età di tredici anni, vinse il suo primo premio artistico con il monologo “Il racconto per i quattro guardiani del confine”?
Grazie per questa domanda così intrigante Angela. È una domanda fondamentale, perché mi riporta all’inizio del mio percorso artistico e ad una verità che ho compreso nel corso degli anni: la nostra identità affonda le sue radici più profonde proprio nella prima infanzia.
Oggi, come attrice e docente nel campo psicosociale, comprendo che non fu un caso se, a tredici anni, scelsi personalmente la poesia “Il racconto per i quattro guardiani del confine”, un testo che parlava della vita e della morte. Forse proprio allora, quando ancora non comprendevo pienamente la vita, nacque dentro di me la domanda che avrebbe accompagnato tutto il mio percorso: che cosa rende l’essere umano veramente umano?
Da quel momento, tutto ciò che ho fatto: nel teatro, nel cinema, negli studi sullo sviluppo psicosociale e, oggi, nel desiderio di tornare a Shakespeare, è stato, in fondo, parte della stessa ricerca: il tentativo di comprendere più profondamente l’essere umano e la sua esistenza.
Dal teatro allo sviluppo psicosociale dell’essere umano: quale di questi percorsi le ha regalato le emozioni più intense della sua carriera?
Per me non sono mai state due strade separate, per questo è difficile scegliere tra l’una e l’altra. Le emozioni più forti le ho vissute proprio nel punto in cui arte e sviluppo psicologico dell’essere umano si incontrano.
In fondo, entrambe nascono dallo stesso bisogno: quello di cercare la verità dell’essere umano. Per questo non le considero due professioni, ma due linguaggi diversi che raccontano lo stesso mistero: l’uomo, il mistero più meraviglioso che mi abbia affascinata durante tutta la mia vita.
Il ruolo dell'eroina Shote Galica nel dramma “La treccia delle guerre” l’ha resa molto conosciuta dal pubblico albanese. Che cosa rappresenta questo personaggio per lei, come artista e come donna albanese?
Shote Galica è stata per me molto più di un semplice ruolo. È stato un altro incontro con l’essere umano ai confini dell’esistenza, là dove la vita si confronta con la perdita, la paura e il sacrificio, ma sceglie comunque di non arrendersi.
Come artista, la mia sfida non era semplicemente interpretare un’eroina, ma scoprire la donna nascosta dietro la leggenda: una donna che amava, soffriva, aveva paura e, nonostante tutto, sceglieva la libertà.
È proprio questa dimensione umana ad avermi sempre attratta, tanto nell’arte quanto nella mia vita professionale.
Ma soprattutto, questo ruolo mi ha insegnato che non sono soltanto gli artisti a dare forma ai personaggi: anche i personaggi contribuiscono a formare l’artista.
Credo che proprio questa esperienza mi abbia aperto la strada verso altri personaggi che porto sempre nel cuore, come Dila nel film “La strada della libertà”, la Madre in “Qui fa freddo”, oppure il personaggio su “Il valzer agghiacciato a Pristina”, “Canzoni d’amore con i corvi”.
Tutti questi personaggi hanno qualcosa in comune: sono esseri umani che si confrontano con i limiti della vita e scelgono di sopravvivere.
Quali sono state le sfide e le soddisfazioni più grandi durante gli anni di lavoro al Teatro “Aleksandër Moisiu” di Durazzo?
Spesso dico con un sorriso una frase che mi ha lasciato mia madre: “Sono nata con la camicia!” E lo dico perché ho avuto la rara fortuna di muovere i primi passi, come una bambina della scena, accanto a maestri come Nikolin Xhoja, Haxhi Rama, Kadri Pirro, Bashkim Hoxha, essere a fianco dell’autore Avni Mulaj e a molti altri artisti che appartengono al pantheon del teatro albanese. Da loro ho imparato che il palcoscenico, con tutta la magia e la disciplina che porta con sé, rappresenta la sfida più bella per un artista.
Il palcoscenico non ti appartiene mai veramente: la sua fiducia devi conquistarla ogni sera.
Questo è diventato il leitmotiv che mi ha guidata su ogni scena sulla quale ho avuto il privilegio di recitare, esibirmi.
Forse proprio per questo, oggi sento di essere pronta per la più grande sfida artistica della mia vita: tornare sul palcoscenico con Shakespeare.
Mi evoca “Il Re Lir”, un ruolo scritto per un re, ma che vorrei portare in una nuova lettura, come regina. Con altrettanta forza mi chiama Amleto.
Non considero questa scelta una provocazione, ma la naturale continuazione della mia ricerca sull’essere umano.
Se oggi ho il coraggio di sognare tutto ciò, lo devo al grande insegnamento che ho ricevuto al Teatro “Aleksandër Moisiu”. E proprio per questo, gli sarò grata per tutta la vita.
In che modo ha influenzato la sua vita e la sua identità artistica l’emigrazione in Svizzera ?
Per me l’emigrazione è stata una scelta obbligata.
All’inizio, la sfida più grande è stata la perdita della spontaneità. Quando inizi a comunicare in una lingua straniera, non ho perso soltanto la lingua madre: per un certo periodo persi anche l’emozione che accompagnava ogni parola di essa. E cosi, ti sembra quasi di aver perso una parte di te stessa.
Ma, mentre acquisisci una nuova lingua, ritornano – e a volte diventano ancora più forti – la sicurezza, la spontaneità e la fiducia in te stessa. Credo che l’emigrazione ti costringa a rinascere. Ti offre uno sguardo più profondo su te stessa e ti insegna che l’identità non è soltanto il luogo da cui provieni, ma anche la cultura che porti dentro di te.
La Svizzera mi ha insegnato che le radici possono rimanere forti anche quando i rami si estendono verso un altro cielo. E, forse, possono diventare persino più forti.
Non si è mai allontanata dall’arte, neppure dopo aver lasciato l’Albania. Che cosa l’ha motivata a continuare il suo percorso artistico in un Paese estero?
Nei primi anni dell’emigrazione ho compreso che avevo bisogno di mantenere vivo il dialogo con la mia identità e, allo stesso tempo, di rimanere vicina alle persone della mia comunità che vivevano qui in emigrazione, offrendo loro tutto ciò che l’arte e la mia formazione potevano mettere a disposizione.
Proprio questa ricerca mi ha condotta verso alcuni studi postuniversitari nel campo psicosociale.
L’arte e questa professione, apparentemente nuova, sono diventate due strade che si sono unite in modo naturale e indissolubile.
Una mi aiutava a comprendere l’essere umano attraverso la creatività; l’altra attraverso la sua vita reale.
Oggi questi due mondi si incontrano ogni giorno nel mio lavoro con bambini e giovani che attraversano periodi difficili o momenti di crisi.
Non li considero più due professioni separate.
Per questo posso dire che, dal giorno in cui sono arrivata in Svizzera, non mi sono mai veramente allontanata dall’arte. Semplicemente, l’arte ha assunto una forma più ampia e più profondamente umana.
Nel 2004 ha fondato lo Studio di Teatro e Cinema “Aleksandër Moisiu”. Qual era la sua visione quando ha creato questo progetto?
Dopo la guerra in Kosovo, molti giovani che vivevano in Svizzera provenivano da famiglie che avevano vissuto la guerra, lo sfollamento e le sue perdite. Ho creduto che l’arte potesse diventare uno spazio nel quale quei giovani potessero dare un significato alle proprie esperienze e costruire un ponte verso una nuova vita. Perciò, nel 2004, è nato lo Studio “Aleksandër Moisiu”.
La sua visione non era soltanto quella di formare giovani artisti, ma di creare uno spazio nel quale potessero riscoprire la fiducia in se stessi, nella vita e nella forza che ognuno porta dentro di sé.
Ben presto, però, ho fatto una scoperta straordinaria: non ero soltanto io a dare qualcosa a loro. Erano loro a insegnarmi la straordinaria forza dell’essere umano nel sopravvivere.
In loro vedevo la lotta per non permettere che il trauma avesse l’ultima parola.
Soprattutto, ho scoperto ciò che la psicologia definisce resilienza: la capacità di trovare dentro di sé le risorse necessarie per rialzarsi e ricominciare.
Come sono state le sue esperienze nelle produzioni cinematografiche svizzere, come “Strähl”, “Dilemma” e “Giorno e notte”? Esistono differenze tra il cinema albanese e quello svizzero?
Ogni cultura artistica ha il proprio ritmo e la propria etica del lavoro.
In Svizzera ho trovato un metodo di lavoro molto strutturato e un rispetto straordinario per il processo creativo.
In Albania ho vissuto invece la spontaneità, l’intuizione e un’energia emotiva che spesso nasce anche in condizioni più difficili.
Non credo che una realtà sia migliore dell’altra. Al contrario, penso che l’arte si arricchisca proprio quando culture creative diverse imparano le une dalle altre.
Ho avuto il privilegio di vivere entrambe queste esperienze.
Quale ruolo pensa che svolga l’arte nella conservazione dell’identità e della cultura albanese nella diaspora?
L’arte albanese nella diaspora trasforma l’origine da semplice dato biografico in un’esperienza viva.
Non conserva soltanto la lingua o la tradizione: crea un legame emotivo con le proprie radici.
Dal punto di vista dello sviluppo psicosociale, l’identità non si costruisce soltanto attraverso ciò che sappiamo di noi stessi, ma anche attraverso ciò che viviamo e sperimentiamo.
L’arte dà vita alla memoria e, quando la memoria diventa esperienza, nasce l’identità.
Quale messaggio vorrebbe rivolgere ai giovani albanesi che sognano di intraprendere la strada della recitazione e dell’arte?
Ai giovani vorrei lasciare un solo messaggio: non perdete mai la curiosità verso l’essere umano.
Imparate ad ascoltarlo, osservarlo, comprenderlo e amarlo, anche quando è fragile, quando sbaglia o quando è diverso da voi.
Perché quanto più profondamente conoscete l’essere umano, tanto più umani diventerete anche voi.
E credo che questo sia il presupposto più importante per ogni artista:
prima di tutto uomo, dopodiché artista...
BIOGRAFIA
Liri Lushi è un'attrice albanese nata a Tirana , in Albania. Si è laureata all'Accademia di Belle Arti di Tirana, nel dipartimento di recitazione. Ha iniziato la sua carriera artistica all'età di tredici anni, quando ha vinto il primo premio come miglior interprete con il monologo "Tregim për katër kufitarët - Il racconto per i 4 guardiani del confine".
Poi arrivarono i primi ruoli al cinema e a teatro. Il ruolo di Shote Galica nel dramma " La treccia delle guerre", interpretato con grande abilità artistica, lo rese nota agli albanesi.
La sua carriera artistica sul palcoscenico del teatro "Aleksandër Moisiu" di Durazzo è stata ricca di ruoli, sempre acclamati dalla critica.
Nel 2000, Liri Lushi ha lasciato il suo paese per trasferirsi con la famiglia a Zurigo, in Svizzera. Non ha mai abbandonato la sua professione di attrice. La sua passione e il suo impegno le hanno permesso di ottenere nuovi ruoli in produzioni cinematografiche svizzere: "Strähl" di Dschoint Ventschr AG , Zurigo, "Dilemma" di Silvia Film Production AG, Zurigo, e "Ditë e natë - Giorno e Notte" di Chris Niemeyer, Schweizer Fernsehen.
Dal marzo 2004, Liri Lushi è Direttrice Artistica dello Studio di Teatro e Cinema, da lei fondato e creato, intitolato al celebre attore albanese "Aleksandër Moisiu."
Fondato da: Francesca Gallello
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