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Saturno Magazine, Articolo: ANGELA KOSTA INTERVISTA IL GIORNALISTA E SCRITTORE CALABRESE VINICIO LEONETTI

ANGELA KOSTA INTERVISTA IL GIORNALISTA E SCRITTORE CALABRESE VINICIO LEONETTI

INTERVISTA AL GIORNALISTA E SCRITTORE CALABRESE VINICIO LEONETTI

DA ANGELA KOSTA

Lei nasce in Calabria, con radici arbëresh e una nonna Varipapa di Carfizzi: quanto pesa tuttora quell’eredità invisibile nella sua scrittura e nella sua idea di giustizia?

Ogni volta che torno a Carfizzi, dopo tante curve e tornanti in macchina, è come fare un salto indietro nel tempo. C’erano le nonne, adesso le zie e i cugini, ritrovo l’odore dei camini e i vecchi sapori che funzionano come le madeleine di Proust, istintivamente s’attiva la memoria e sprizza sentimenti dolcissimi. Si parla l’antico arbëresh; scioglie i pensieri... all’inizio mi viene difficile tradurre, poi man mano capisco e rispondo. Quell’intercalare diverso dall’italiano, molto più marcato e ricco di sibili, mi ha molto aiutato nella scrittura, fin da bambino. Pensare e parlare in diversi modi fluidifica la parola, la rende liquida come un assolo di Mark Knopfler. Bisognerebbe fare di più per preservare e valorizzare questi tesori nascosti.

Ha trascorso quasi trent’anni nella cronaca nera e giudiziaria. Cosa resta dentro un uomo dopo aver raccontato per tanto tempo il lato più oscuro del potere e dell’animo umano?

Aver studiato giurisprudenza e poi seguito centinaia di processi nelle aule dei tribunali mi ha portato a vedere le cose sotto due aspetti: quello appunto giurisprudenziale, legato a leggi, codici e procedure, con rispetto per chi esercita il diritto, limitandomi a narrare tutto quello che succede in maniera il più possibile asettica; l’altro aspetto è intimo, del tutto personale, che credo debba restare fuori dalla cronaca. Non sempre ho digerito i verdetti dei giudici, ma li ho rispettati.
Ho visto tanti cadaveri insanguinati di persone uccise da altre persone, si sente un silenzio ovattato intorno, anche quando accade per strada. La pietas ti prende per un attimo, anche quando sotto il piombo è finito un bastardo, ma se sei un cronista devi raccontare non solo chi era quel morto, ma perché si trova là davanti a te, come l’abbiano eliminato, il luogo, i rumours, la fredda scheda della sua vita. Cinismo fa rima con giornalismo.

Dal diritto studiato alla “Federico II” di Napoli alla narrativa: quando ha capito che la legge non bastava a spiegare il mondo e che serviva la letteratura?

Nel diritto romano, che da noi in Italia si studia al primo anno d’università, c’era chi spiegava la cosiddetta “induzione storica” e la “opinio iuris ac necessitatis”, due principi cardine che certificano l’incertezza della legge. Non esiste una giustizia perfetta. Con la letteratura sono andato di pari passo partendo dai libri di testo, ma al liceo per conto mio leggevo i grandi classici italiani e stranieri, scrittori e poeti che lasciano il segno anche su un giovane. Molte cose a quel punto s’intersecano, trovi corrispondenze, emergono analogie.

Può fare un esempio concreto?

Ho capito che non c’era perfezione nella giustizia intorno ai 25 anni. Da corrispondente del quotidiano Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, ho seguito nell’aula bunker a Catanzaro decine di udienze del processo sulla strage di Piazza Fontana dove nel 1969 a Milano scoppiò una potentissima bomba innescata da neofascisti in una banca in cui morirono 17 persone e ne uscirono ferite un centinaio. I servizi segreti italiani ebbero un ruolo chiave, ma quando decine di politici di primo piano all’epoca in Italia, (era la fine degli anni '80), sfilarono davanti alla Corte d’assise per testimoniare, sentii in aula soltanto dei “non so” o dei “non ricordo”. Ancora non capisco se chi governa manipola i servizi segreti, o se avviene il contrario. Di certo non avrei voluto essere nei panni di quei giudici. Ed ecco l’incertezza del diritto: ero un giovane cronista sorpreso da quell’andazzo, invece gli inviati dei grandi giornali seduti accanto a me sorridevano dando tutto per scontato.

In "Eroine" lei mette al centro le figure femminili. Un uomo cresciuto nel Sud, in una cultura spesso patriarcale, come arriva a scegliere le donne come epicentro narrativo?

La donna del Sud parte svantaggiata, come la protagonista del mio recente “Seppellitemi qui!”. Nel Dopoguerra non le facevano studiare oltre la terza media, dovevano soltanto aspettare passivamente che qualcuno le sposasse per far figli e badare alla casa. Se poi le donne nascevano e vivevano in una comunità etnica come quella arbëresh in Calabria, ancora più isolata e arcaica, finivano con l’essere sopraffatte in tutti i sensi. Il mio obiettivo, per quanto possa riuscirci, è quello di far rinascere queste donne, sottolineare la loro importanza, il protagonismo, la grande forza d’animo. Così avviene per Elvira, la cui storia è al centro del mio romanzo, con la sua forza e il suo coraggio pur nella sua grande umiltà; lo stesso è avvenuto per Marisa, protagonista della spy-story “Eroine”, passata dai soprusi mafiosi a dinamica agente di polizia e soprattutto ad abile “testa di cuoio” che salva vite in serio pericolo in mezzo mondo. Tanto da finire sulla copertina di “Time”. Poi nel mio racconto breve “L’amante del boss”, in cui involontariamente mi sono trovato coinvolto di persona, la giovane donna francese del padrino rimasta “vedova”, fonda un ospedale in Irlanda per bambini colpiti da malattie rare, invece di andare a godersi il sole ai Caraibi con l’eredità milionaria.

Ha attraversato redazioni diverse, dalla Rai ai grandi gruppi editoriali economici: il giornalismo italiano oggi è più libero o più fragile rispetto a quando iniziò a 23 anni?

Ho attraversato due momenti spartiacque. Il primo è stato il passaggio dall’amata e rumorosa Olivetti al computer, l’altro l’avvento del Web una decina d’anni dopo. Quest’ultimo molto più rivoluzionario del primo. È stato come quando si passò dalla linotype alla stampa offset, ma ero ancora bambino. Ai cambiamenti ci si adatta, chi più chi meno, non bisogna dire “mai” ma mettersi a lavorare col piglio di sempre. Oggi c’è molta incertezza sulle fonti, la ricerca dell’origine delle notizie da scrivere, c’è una carenza nel lavoro di verifica che ogni giornalista dovrebbe fare prima di pubblicare. Non è una situazione facilmente gestibile dai direttori e capi redattori. Le loro incertezze si riflettono sui singoli redattori in un momento, quello dei social, in cui ognuno crede di fare giornalismo scrivendo un post di quattro righe sul nulla, senza grammatica e piazzando una foto malmessa.

La sua passione per il jazz suggerisce improvvisazione e disciplina insieme. C’è qualcosa di jazzistico nel suo modo di scrivere o di condurre un’inchiesta?

Prima il blues e poi il rock, da giovane. Strimpellavo con la mia Fender. Finché per Radio Palermo Centrale all’ultimo anno di liceo mi hanno incaricato di andare in giro con un piccolo registratore a bobine a registrare in città spezzoni di concerti di grandi del jazz come Horace Silver, Roy Haynes, Dizzie Gillespie, Bill Evans. Poi il Roccella Jazz Festival in Calabria. Mi piaceva e mi piace il be-bop, quando su una stessa base ritmica cominciano gli assoli a sprazzi, fraseggi brevi, attimi di pausa, alternanze magiche, in un crescendo quasi rossiniano. Mentre ascoltavo questa musica leggevo tanto Jack Kerouac, Charles Bukowski, John Fante, versi di Ginsberg e Ferlinghetti della beat generation. Quando scrivo credo di avere una punteggiatura ossessionante, frasi brevi, parole isolate, raramente mi spingo oltre le quattro righe senza stop. Hai presente la famosa Take Five di Brubeck? Ecco, quella lì.

In “Ottomani sullo Stretto” il Mediterraneo non è solo geografia ma destino. La Calabria è periferia o centro nascosto della storia?

Si deve sperimentare. Ci siamo messi insieme quattro ex del quotidiano “Gazzetta del Sud” che nasce tra Messina e Reggio Calabria, nel pittoresco Stretto. Miles Davis negli anni '60, riunì in uno studio di registrazione a New York cinque o sei grandi musicisti e gli disse: suonate quello che volete, registriamo su più tracce, poi montiamo tutto insieme. Nacque il free jazz, che non muore. Noi giornalisti pensionati di provincia, su iniziativa del capo servizio Aldo Mantineo, abbiamo scritto in tutto otto racconti d’una ventina di pagine, ognuno ne ha partorito due. Siccome 2 mani x 4 fa otto, abbiamo titolato incautamente “Ottomani”, ma stavolta i turchi non c’entrano. Il libro è scritto da tre bravissimi colleghi siciliani e soltanto un calabrese, ognuno ha tirato fuori i suoi scarti segnati sul taccuino, quelli che sul giornale non si possono scrivere e che noi invece abbiamo avuto la sfacciataggine di ritrovare nei fondi dei nostri cassetti. Abbiamo raccontato credo uno Stretto da poesia, quella più intima, anche grazie alla grande fiducia di un editore come Città del Sole di Reggio Calabria che fa della trasgressione la sua arma migliore.

Coordina “Trame a Sud”, spin-off del festival contro le mafie a Lamezia Terme. Dopo decenni di cronaca giudiziaria, crede nella repressione o nell’educazione culturale come vera risposta?

La repressione è roba recente, è facile partorire nuove leggi limitative ma fanno soltanto audience senza effetti significativi sulle mafie o qualsiasi tipo di criminalità. A educare s’impiega più tempo, ci vuole maggiore impegno, la forza di noi umani è maggiore della forza del destino. Il Festival Trame dei libri sulle mafie ci lavora da quindici anni. Resta il fatto che ormai la criminalità organizzata  s’è evoluta, rimangono pochi boss sullo stile tradizionale del Padrino di Mario Puzo, i clan con i loro miliardi hanno mandato i figli più meritevoli a studiare nelle migliori università del mondo. Tutta gente che sa investire il denaro sporco in modo tale da confonderlo con i capitali dell’imprenditoria legale. È nato un ibrido pericoloso ma fondamentale per i governi non solo occidentali, il più delle volte autoritari.

Essere sommelier Ais significa educare il gusto e la memoria. Il vino, come la scrittura, è un esercizio di pazienza? Cosa accomuna una grande annata a un buon romanzo?

Il vino dev’essere un divertimento per chi come me non lo produce e non lo vende. Mi sono avvicinato a questo mondo non solo per avere più consapevolezza del bere bene, ma soprattutto perché mi piace molto il linguaggio degli addetti ai lavori, che ha tutto un suo stile. Ho una passione per i linguaggi diversi: c’è il “giustizialese” per i tribunali e le forze dell’ordine, il “politichese” per chi sguazza nelle istituzioni, il “burocratese” parlato da chi vive nei palazzi. Il “vinese” è quello proprio di chi s’intende di vitigni, terroir, barrique, Docg, bollicine, gusti e palati fini, insomma. Potrei paragonare un ottimo Barolo maturo a un romanzo senza tempo di Dostoevskij, un Amarone corposo a una storia d’ordinaria follia di Bukowski, un forte e coraggioso Cirò classico con la fantasia di Calvino.

Nel suo nuovo romanzo “Seppellitemi qui!” il titolo suona come una dichiarazione definitiva. È un ritorno alle radici o una sfida al tempo? Dove vuole “rimanere sepolto”, in un luogo geografico o in una pagina che resti?

La bella protagonista arbëresh del romanzo ha giurato fedeltà e desidera raggiungere il suo amato nell’aldilà per ricongiungersi con lui. Finisce una vita e comincia un’altra nuova, col sigillo eterno dell’amore. L’ho ambientato ad Argjiro, dal nome della mitica Principessa - Princesha che sfuggì all’assalto Ottomano, ricordando le estati della mia infanzia e adolescenza in un paese albanofono in Calabria. Il romanzo è dedicato al mio primo e unico nipotino, Matteo, perché la vita continui nel ricordo di un amore.

Conosce la lingua o la letteratura albanese? Ha letto autori albanofoni?

La lingua moderna no, l’albanese di sei secoli fa lo capisco ma lo parlo così raramente che ho bisogno di qualche giorno d’allenamento sul posto. U fjet si neve - U flijua si ne. 
Colpevole di non conoscere a fondo la letteratura albanese, ma solo la bravissima Anilda Ibrahimi che ha scelto di vivere in Italia e pubblica meritatamente per un grande come Einaudi. Ho preso un suo libro un paio d’anni fa non sapendo fosse albanese, mi ha attratto il titolo “Volevo essere Madame Bovary”, perché credo che proprio lei sia stata la prima donna davvero emancipata di Occidente, avendo il coraggio di mollare il marito pur vivendo nel lusso e andare per la propria strada. Tragico l’epilogo del suicidio. Ma la forza di una donna resta, Flaubert è tra i classici della letteratura mondiale. La Ibrahimi scrive pagine preziose. La consiglio, nel mio piccolo.

Quale messaggio vorrebbe dare ai giovani che desiderano diventare giornalisti e/o scrittori?

Tenere presente Cortazar quando scrive che bisogna lottare contro la lingua affinché non imponga le sue regole. Mi permetto di aggiungere che per farlo bisogna avere le basi, perché non puoi suonare jazz senza conoscere il blues. Così si può acquisire la giusta follia per riempire ogni pagina bianca di belle parole.

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