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Saturno Magazine, Articolo: VINICIO LEONETTI

VINICIO LEONETTI

 

VINICIO LEONETTI: IL GIORNALISMO COME RESPONSABILITÀ

 

Vinicio Leonetti è una delle voci più riconoscibili del giornalismo contemporaneo: diretto, lucido, essenziale. Nel panorama informativo italiano la sua presenza si distingue per un approccio che unisce rigore professionale e una rara capacità di leggere i fenomeni sociali con profondità umana.

Quando ho pensato alla rubrica Il Personaggio, una delle prime nate con Saturno Magazine, e da sempre dedicata alle figure che illuminano il nostro tempo, ho sentito che Leonetti fosse una scelta naturale. Non solo per la qualità del suo lavoro, ma per ciò che rappresenta: un osservatore del presente, un interprete delle sue contraddizioni, un narratore capace di trasformare l’attualità in visione.

Nella nostra lunga conversazione telefonica ho avuto il piacere non solo di intervistarlo, ma di conoscerlo davvero: un grande professionista, un maestro del giornalismo e, soprattutto, una splendida persona. La sua disponibilità, la precisione delle risposte, la cura con cui ha condiviso riflessioni e prospettive hanno reso questo incontro un momento prezioso.

Lo ringrazio per il tempo che mi ha dedicato e per la sincerità con cui ha attraversato i temi centrali del suo lavoro: il mestiere, le sfide quotidiane, la responsabilità della parola, il futuro dell’informazione, il ruolo dei media in un tempo che cambia.

Quello che segue non è solo un’intervista: è un dialogo che attraversa il giornalismo, la società e la voce di chi, ogni giorno, sceglie di raccontare la verità.

 

 

 

L’INTERVISTA

 

Le tue radici arbëresh influenzano ancora oggi il tuo modo di raccontare la Calabria?

 

Le origini influenzano, non c’è dubbio. Sono un ibrido senza cittadinanza. A 8 anni ho cominciato a girare per l’Italia con mio padre dirigente bancario che si spostava di frequente. La scuola in cinque città diverse, l’università in due. Poi il lavoro, un annetto a Roma e il resto nelle varie città calabresi.  Tutto è differente: persone, luoghi, metodi organizzativi. Le redazioni possono essere inferni e paradisi, rifarei ogni cosa adesso che ne sono venuto fuori. Da ogni esperienza prendi il meglio, anche se devi faticare.

 

In che modo la memoria familiare e i luoghi dell’infanzia modellano il tuo sguardo giornalistico e narrativo?

 

Credo ci siano due modi diversi di scrivere. Da giornalista, anzi da cronista, bisogna osservare bene e a fondo l’argomento o il soggetto da raccontare, ma possibilmente restarne distaccato. Come quando ti trovi davanti a un cadavere crivellato dalla mafia: se fai emergere i sentimenti, con la pena e il dolore sei fritto, trova il sopravvento tutto quello che hai dentro, la tua umanità, e non riesci a descrivere in modo oggettivo la scena del delitto e tutto quanto c’è dietro. Nel giornalismo ci sono regole non scritte da rispettare, l’oggettività è la prima. Devi essere una macchina fotografica e fare clic. Da autore di libri l’approccio cambia: sei libero di esternare quello che provi, puoi avere il giusto spazio che cerchi, hai i tuoi tempi e ti esprimi come meglio credi. Le regole in questo caso te le fai da solo, con l’opzione di non rispettarle.

 

Dopo quasi quarant’anni di cronaca nera e giudiziaria, cosa resta dentro un giornalista?

 

Restano gli avanzi di taccuino, tante cose che sui giornali non potevi scrivere anche dopo averle vissute direttamente. A questo proposito con altri tre bravissimi colleghi pensionati di “Gazzetta del Sud”, quotidiano di Sicilia e Calabria, abbiamo pubblicato il libro di racconti brevi Ottomani sullo Stretto nel 2023 (Città del Sole Edizioni) con discreto successo. Ogni racconto è nato da un piccolo segreto rimasto nascosto. Ottomani perché l’abbiamo scritto in quattro due racconti “liberi” ciascuno, lo Stretto perché io calabrese e gli altri autori siciliani. Ne approfitto per ringraziare Marcello Mento, Aldo Mantineo e Davide Marchetta.

 

Come si protegge l’equilibrio personale quando si vive così a lungo nel lato oscuro della realtà?

 

È importante cancellare ogni giorno tutto quello che hai vissuto nell’inferno di una redazione. Al massimo puoi rimuginarci sopra il tempo in cui guidi per tornare a casa, spesso verso mezzanotte. Lo spazio libero bisogna condividerlo con la famiglia, e guai se qualche collega ti chiama per parlare di lavoro. Chiudi subito con una sola frase. Non mi piace pranzare o cenare con giornalisti che parlano solo di cronache, righe, direttori e pagine. Da tenere lontani, oggi come prima. Altrimenti entra in gioco l’auto-annientamento.

 

Hai detto che “cinismo fa rima con giornalismo”. Cosa significa davvero per te?

 

Innanzitutto distacco dai fatti. Faccio un esempio: quando chiama un imputato di mafia, o un suo emissario, e ti racconta la sua versione dei fatti, non fidarti. Basati su quello che leggi negli atti giudiziari, se vuoi fare cronaca come si deve. È un modo per farsi molti nemici, perché c’è ancora chi pensa che tu scrivi per il piacere di schierarti contro qualcuno anche se quelle accuse sono scritte nero su bianco in un provvedimento della procura. Anche in quei casi in cui gli imputati non li hai mai visti, non li conosci se non per aver letto di loro negli atti giudiziari o nell’aula del processo, dietro le sbarre. Poco sentimento, nessun pregiudizio, tanta obiettività.

 

Quanto gli studi di giurisprudenza e “l’incertezza della legge” hanno influenzato il tuo passaggio alla narrativa?

 

Parto dall’idea che nell’aula di un processo nessuno abbia la verità inconfutabile. Ognuno fa il suo gioco, ma il giornalista che segue un dibattimento è “extra partes”. Tante volte ci sono state sentenze che mi hanno deluso, fatte in modo sbrigativo. Ma quando ti trovi a scrivere un pezzo devi raccontarle per quello che sono. Il mio primo libro Eroine (Città del Sole, 2020) nasce da un’ingiustizia che ho tentato di correggere trasformando l’imputata nell’eroina del romanzo. Anche se per me ci sono spesso le mezze misure: nessuno è santificabile. Credo di aver esternato questo pensiero distorto (mai assoluto) nei miei libri.

 

Qual è oggi la tua lettura della Calabria dopo tanti anni di cronaca sul campo?

 

Ho avuto il difetto di occuparmi anche di politica ed economia locale per grandi giornali come Il Sole24Ore, il Corriere Economia (supplemento del Corsera) e Il Mondo, settimanale di Rcs-Rizzoli chiuso purtroppo. Ero sempre lì a consultare le statistiche inattaccabili di Istat, Svimez, Nomisma e altre grandi agenzie che sputano dati in continuazione: Calabria sempre in coda. Oggi Banca d’Italia sostiene che l’economia regionale sia in ripresa, ma bisogna tenere d’occhio sempre da quale livello si parte. Il livello è basso. L’economia calabrese purtroppo resta al collasso, tranne qualche eccezione. La classe imprenditoriale fa poco, abituata a investire solo capitali pubblici, e sono spesso al servizio della politica che li tiene sotto scacco. Le banche? Neanche per sogno, non è rimasto un solo grande istituto di credito in Calabria, tranne le banche cooperative, ex casse rurali, che spesso hanno poteri limitati e capitali sociali asfittici. Il risultato finale per tutti i calabresi resta uno solo: il reddito di questa regione è tre volte più basso di quello di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

 

Allora cosa fare per migliorare l’economia locale?

 

Scriveva Montale: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe”. Concludeva: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti”. Com’è bella l’incertezza! Non sono un economista, ma un semplice storyteller.

 

C’è una storia che più di altre rappresenta la Calabria del lungo periodo?

 

Nicholas Green è il bambino americano ucciso da due balordi di ndrangheta sull’autostrada calabrese. Fu un tentativo di rapina finito male nel ’94. Da quella tragedia è cresciuto un fiore: la donazione di organi. I genitori stranieri hanno permesso ad altri bambini di vivere. Seguii tutte le fasi, dall’omicidio al processo ai due assassini. Non ricordo più le loro brutte facce, ma quelle attonite dei genitori del bimbo che in aula hanno testimoniato l’assalto. Ammirevoli. Ci sono tante storie belle della Calabria. Quella di un altoatesino di Merano, Rodolfo Inderst, che ha deciso 40 anni fa di creare una piantagione di kiwi che arrivavano dalla Nuova Zelanda. Raccontai l’avventura sul Sole. Altra vicenda felice: una tipografia a mille metri d’altitudine, la Rubbettino di Soveria Mannelli, diventata una delle case editrici più importanti del Sud. Infine mi viene in mente il gran lavoro degli allevatori che ogni anno portano il loro bestiame dalle marine ai monti, e viceversa, perché i loro animali pascolino a brado e producano il miglior latte per buoni formaggi. Questo antico rituale si ripete ancora oggi, è documentato nello splendido libro fotografico Transumando di Mario Greco. Tutto questo è la Calabria vera, quella che funziona.

 

Qual è stato il passaggio professionale più formativo della tua carriera tra Gazzetta del Sud, Corriere Economia, Sole24Ore, Il Mondo, Capitale Sud, Rai e Rsi?

 

Ho trovato un tesoro in ogni città in cui ho studiato e lavorato. In ogni redazione c’è bella gente. In Gazzetta sono stato quasi 30 anni, al Sole ho collaborato per 12, ovvio che le esigenze dei giornali sono diverse, e bisogna adeguare la selezione delle notizie e i modi di scrivere. Per il Corriere andai in giro per la Sicilia in cerca delle dighe mai realizzate, tanti piccoli Ponti sullo Stretto falliti, anche se furono sprecati miliardi di vecchie lire. Per Il Mondo andai a Bruxelles quando un imprenditore crotonese decise di comprare una storica fabbrica di racchette da tennis, anche qui tanti soldi e niente arrosto. Titolai “Crotone con le palle”, non se ne fece niente. Tutte esperienze formative, incontri gente positiva e negativa.

 

Cosa significa dirigere una redazione in un territorio complesso come Lamezia Terme?

 

Tanti mafiosi, o loro ambasciatori, entravano in redazione o telefonavano per spiegare le loro vicende, altri per minacciare velatamente, altri ancora nel tentativo di intimidire. Li ricevevo tutti col sorriso. È durata 15 anni ed è stata dura. Ma c’erano tantissime persone, una Lamezia sana, che resisteva civilmente e costruiva belle storie. Purtroppo dal 2003, da quando aprii la redazione lametina, alla chiusura nel 2018, ci furono più di 40 omicidi, quasi tutti di mafia. Devo dire che magistrati e forze dell’ordine riuscirono a contenere quella guerra. Ero in trincea, credo di averla raccontata tutta. Molti politici locali, quelli collusi col malaffare, non videro l’ora che andassi in pensione. La cosa che brucia di più, per il mio esagerato senso di giustizia, è rivedere certi personaggi inquisiti e anche condannati, ancora scorrazzare per le vie della città con grosse automobili e abiti da migliaia di euro con l’aria di chi è riuscito a farla franca. Per loro gli articoli sui giornali e le sentenze dei giudici sono carta straccia.

 

Cosa ha rappresentato per te il successo del libro Eroine e i premi ricevuti?

 

Non me l’aspettavo. Non è la solita frase del vincente. È stata una vera sorpresa, ho scritto quella mia prima spy story per puro divertimento. Tutta la vita ho scritto su giornali di primo piano con firma, ma una certa popolarità l’ho raggiunta solo pubblicando un libro grazie alla fiducia dell’editore Città del Sole di Reggio Calabria, per me uno sconosciuto. Era la prima volta che scrivevo ciò che volevo, con i miei ritmi, una bella scaletta in testa e senza rispettare rigaggi e linguaggi. Ho apprezzato la libertà di fare il mio mestiere liberamente, non mi considero un vero e proprio scrittore ma un cronista navigato on the road. Credo comunque che il successo non m’abbia drogato, continuo a fare le stesse cose, cucino e curo il mio giardino. I premi mi hanno però incoraggiato a partorire altri libri.

 

Nei tuoi racconti c’è spesso un confine sottile tra realtà e immaginazione: come nasce questo equilibrio?

 

Credo che la realtà, ciò che appare ai nostri occhi, non sia tutta verità. Dietro una facciata c’è sempre un backstage. M’interessa la gente borderline, quella che si barcamena nella giungla, con un’identità che nascondono in modo elegante. I miei scrittori (quelli veri) preferiti ondeggiano da Pirandello a Calvino, da Kerouac a Bukowski, dalla Szymborska alla Merini, con Cechov, Dosto e Poe in mezzo. Tutti autori dell’imponderabile, delle doppie vite. C’era una vecchietta all’ingresso della facoltà di giurisprudenza, a Napoli, che ogni mattina con la mano tesa ripeteva senza tregua “a verità, accattatevella, cinquemila lire”. Non a caso aveva scelto il luogo dove si formano magistrati, avvocati e poliziotti.

 

Nei tuoi taccuini conservi anni di cronaca: c’è un episodio che non è mai diventato articolo ma che porti ancora con te?

 

Il fatto più importante, che ho potuto raccontare soltanto dopo il pensionamento, è quello di una bella signorina francese che mi contatta su Facebook. Primo messaggio: “Ti stai divertendo a scrivere di mafia”. Senza interrogativo, era un’affermazione. M’incuriosisce, mi chiedo dove voglia andare a parare, innanzi tutto perché non sono proprio apprezzabile come George Clooney. Ci vediamo un paio di volte in un bar vicino alla redazione. Ci sentiamo al telefono. Un giorno dice di star male e m’invita a casa sua. Continuo a non capire, mi comporto con cautela. Non vado da lei. Per mesi non ci sentiamo. Poi mi capita per le mani un’ordinanza di custodia cautelare di 300 pagine. Nel provvedimento della procura, fra i 50 nomi degli indagati, c’è quello della ragazza incontrata sui social, col nome vero, non quello storpiato che aveva dato a me. Dalle intercettazioni trascritte scopro che lei è l’amante di un boss di quelli che contano. Grande sorpresa. Non c’è mai stato niente fra noi, solo parole e sguardi, qualche sorriso ma lei era sempre molto triste. Poi diventa la protagonista del racconto breve “L’amante del boss” che apre il libro Ottomani sullo Stretto. Avrei potuto intitolare quel racconto “M’è andata bene”.

 

Che ruolo ha la memoria nel tuo modo di raccontare?

 

Francamente dopo i sessant’anni tanti ricordi riaffiorano. Prima ero così indaffarato e tartassato dalle news che non avevo tempo per pensarci. Ogni tanto un flash. Adesso invece è tutto più presente, e mi pento di non aver chiesto ai più “vecchi”, amici e parenti, delucidazioni su tante cose perdute, da quando mia madre è morta giovane quand’ero dodicenne e mio padre quando avevo avevo vent’anni.  Nessuno ha avuto tempo per approfondire il passato. Nel mio terzo romanzo Seppellitemi qui! c’è tanto spazio per i ricordi, senza essere autobiografico. La protagonista è una donna, la storia è vera, ma ambientata in una comunità arbëresh che sento ancora mia.

 

Qual è il tuo rapporto con Trame Festival e cosa rappresenta per te un evento che unisce libri, giornalismo e impegno civile?

 

Prima ho raccontato l’evento sui giornali, fin da quando è nato. S’è trattato di un impegno duro, mio e dei miei validi collaboratori, trattandosi di decine di appuntamenti in meno d’una settimana a Lamezia. Festival dei libri sulle mafie non ne esistevano, adesso è arrivato alla quindicesima edizione. Da volontario curo uno spin off che abbiamo chiamato “Trame a Sud”, con eventi non necessariamente legati alla lotta alle mafie, ma all’affermazione della legalità in un terreno inquinato come il Mezzogiorno. L’impegno civile ci sta tutto, così come quando esercito il ruolo di presidente di giuria al Premio letterario Kerasion, ogni anno nel piccolo centro montano di San Pietro Apostolo, Presila catanzarese. Anche lì c’è spazio per tutti coloro che si vogliono avventurare nella scrittura e nella letteratura.

 

C’è un incontro o un autore del Festival che ti ha colpito in modo particolare?

 

A Trame sono certamente i talk col magistrato Nicola Gratteri che ogni volta tira fuori una sorpresa. Ha sempre qualcosa di importante da dire in pubblico. Se dopo la pensione, a breve, dovesse decidere di candidarsi in Parlamento farebbe il pieno di voti. S’è visto mesi fa nella battaglia per il referendum sulla giustizia. Al Kerasion m’ha fatto emozionare Massimo Caponnetto, figlio di Antonino, il coordinatore del pool antimafia di Palermo negli anni delle stragi. Ha scritto un libro sull’attività incredibile di suo padre con grande trasporto, parlando del grande rapporto d’amore con la moglie Elisabetta Baldi. Il suo libro C’è stato forse un tempo  (Feltrinelli, 2022) è carico di cuore e sentimenti anche molto intimi, ed ha vinto il premio della sezione legalità dedicato al Generale Dalla Chiesa. Quella sera di due anni fa si sono abbracciati Massimo Caponnetto e Simona Dalla Chiesa, figlia del Generale. Commozione in tutta la piazza del paese.

 

La tua passione per il vino nasce da un legame familiare, culturale, o da una scoperta personale?

 

Premetto che ho la gastrite da quand’ero trentenne, e non sono un gran bevitore. Ho voluto affrontare la scuola di sommelier soprattutto perché ho una grande passione per il linguaggio degli addetti ai lavori. Adoro esplorare nuovi linguaggi, vocabolari per me inediti, e sono entrato nel sistema Ais, l’Associazione Italiana Sommelier, che in Calabria è guidata da persone splendide e competenti come Maria Grazia Romano e Antonio Fusco. Tre livelli di corso in tre anni, con l’ostacolo del Covid in alcuni momenti. Troppo poco dire che è stato formativo. Studiare vitigni, tecniche enologiche, abbinamenti enogastronomiche, terroir, vini e liquori, impegna molto, diventa difficile soprattutto nell’età in cui da tempo hai smesso di seguire lezioni impegnative. Non si smette mai d’imparare. Adesso il vino ha un profumo diverso, ne apprezzo meglio il gusto, la sua storia. Lo consiglio a tutti non solo per capirne meglio di vini, ma come fatto educativo personale.

 

Ora che sei in pensione quali progetti desideri coltivare in libertà?

 

Moglie e figli prima di tutto. Per il mio lavoro sono stato troppo poco al loro fianco e sto cercando di recuperare in qualche modo. Scrivere è un vizio che non s’esaurisce con l’età, anzi cresce. Curare il giardino di casa e ascoltare jazz sono altre passioni. Ho quattro gatti. Mi piace anche cucinare cose particolari. Osservare gli occhi contenti di chi gusta le mie portate è meglio che una bella recensione di un mio libro.

 

La cosa che più ti sorprende di questa nuova fase della vita?

 

La prima domanda che mi faccio è perché sono stato così folle da non prendermi cura della salute mentre ho lavorato. Nemmeno un prelievo sanguigno, che invece ogni tanto consiglio a chiunque dopo i 40. Adesso sono nell’età degli acciacchi, ma vado avanti. Credo sia importante costruire, avere progetti anche quelli impossibili, coltivare la propria mente e stare sempre con familiari, parenti e amici. L’atmosfera paesana in cui ho scelto di vivere da tempo, quella di Marcellinara, nel bel mezzo di Catanzaro e Lamezia, è sicuramente autentica e salvifica. Ripenso alle tante città in cui ho vissuto e non le scambierei col paesello. Nel film “Manhattan” di Woody Allen un medico prescrive al protagonista, che poi è lo stesso regista, di mangiare un uovo fresco al giorno. Era il 1979, difficilissimo trovare uova fresche a New York City, figuriamoci oggi. Qui da me le uova giornaliere me le portano a casa. Non ti sembra un vero lusso?

 

 «Vinicio, sì: è un lusso. Ma è anche una lezione. In un mondo che corre, lei mi ricorda che la felicità sta nelle cose semplici, autentiche, quotidiane. Le sue uova fresche sono un privilegio; la sua capacità di raccontare la vita, invece, è un dono.

 Grazie per averlo condiviso con me e con i lettori di SATURNO magazine.»

 

 

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