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Saturno Magazine, Articolo: UN NOME NON NECESSARIO

UN NOME NON NECESSARIO

 

Un nome non necessario

 

«Gatto, gatto, vieni… devo salutarti.»

La voce di Awais attraversa il cortile della casa di accoglienza, si posa sui muri scrostati, si insinua tra le finestre aperte. È una voce che chiama, ma anche che trattiene.

Il gatto non ha nome. Ha il pelo nero, interrotto da piccole macchie bianche sul muso, e una zampa che tradisce un’antica ferita. È il più piccolo abitante di quella casa dove vivono in venti ragazzi pakistani e bengalesi. Sono sospesi in un tempo che non è più quello che hanno lasciato, ma non è ancora quello che li aspetta.

 

È arrivato in primavera, quando le porte tornano ad aprirsi e la luce ricomincia a entrare nelle stanze come una promessa. Scendeva dai tetti, leggero, come se conoscesse già la strada. All’inizio passava tra loro stanze senza lasciare traccia, e loro lo guardavano con lo stesso distacco con cui si guarda qualcosa di provvisorio. Un essere di passaggio. Come loro.

 

Poi, un giorno, Awais riempì una ciotola di latte e la lasciò fuori, in un angolo.

Il gatto si avvicinò con cautela. Annusò. Si fermò. Alzò lo sguardo.

Per un istante si guardarono negli occhi, due diffidenze che si riconoscono.

Poi il gatto abbassò la testa e bevve.

Awais trattenne il respiro, come se quel gesto potesse spezzarsi da un momento all’altro. Allungò la mano. Le dita erano rigide, incerte. Non era solo paura dell’animale, era paura di ciò che quel contatto avrebbe potuto risvegliare.

Quando finalmente lo sfiorò, sentì il calore. La morbidezza viva del corpo sotto i polpastrelli.

E qualcosa cedette.

Si sedette accanto a lui. Il tempo sembrò farsi più lento. Nel suo sguardo comparve un’altra luce, non più quella di chi ha visto troppo, ma quella limpida di un bambino.

Gli tornarono addosso immagini dimenticate: la casa in campagna, la terra sotto i piedi, i gatti inseguiti per gioco, i conigli tra le mani, le risate degli amici. E poi la voce della madre, severa e affettuosa insieme, e le pantofole lanciate per finta rabbia.

Sorrise. Il ricordo non faceva più male.

Guardò il gatto, ora rannicchiato sulle sue ginocchia, e quasi con stupore sussurrò:

«Gatto… gatto mio.»

Da quel giorno, tra loro nacque qualcosa di silenzioso e tenace. Ogni sera, tornando dal lavoro con la bicicletta di Glovo, Awais portava del cibo. Il gatto lo aspettava. Era diventato il suo bambino, o forse qualcosa di ancora più profondo: un legame che non chiedeva spiegazioni.

Nessuno gli diede mai un nome. Non ce n’era bisogno. Era il gatto di Wais, e questo bastava.

Col tempo, anche gli altri iniziarono ad amarlo. Entrava nelle stanze, si infilava nei letti, attraversava le loro solitudini senza fare rumore. Era diventato parte di quella fragile famiglia.

Poi arrivò il giorno della partenza.

La bicicletta era carica di borse. Una nuova casa, un lavoro stabile, una vita che finalmente prendeva forma. Awais era felice o almeno così sembrava.

Prima di andare via, lo chiamò.

Il gatto arrivò subito, come se avesse sempre saputo che quel momento sarebbe arrivato. La coda si muoveva piano, quasi esitante.

Awais lo prese in braccio. Lo strinse. Gli baciò la fronte più volte. Poi, con la voce incrinata, gli sussurrò qualcosa che nessuno riuscì a sentire.

Intorno, gli altri osservavano in silenzio. Negli occhi lucidi passava lo stesso pensiero: ogni partenza è una piccola separazione dal mondo che ci ha tenuti insieme. Le ruote della bicicletta iniziarono a girare.

Awais si allontanò lentamente. Dopo pochi metri si voltò.

Il gatto era lì.

Non lo seguì. Fece solo qualche passo, poi si fermò, come se avesse capito che certi legami non si spezzano camminando dietro a qualcuno.Restò a guardarlo finché la sua figura si dissolse nella strada.

Poi tornò indietro e si sedette davanti alla porta.

Il sole stava calando, e la luce della primavera, la stessa che lo aveva portato lì, ora scivolava via, lenta.

La casa rimase in silenzio. E per un attimo, sembrò ricordare anche lei.

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Fondato da: Francesca Gallello

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